Un gatto “non nostro”

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di Arianna Ferrari e Andrea Rovati

LEI

Amo i gatti da sempre. Ho cercato di convincere mio marito a prenderne uno, ma siamo in disaccordo sul fatto di tenerlo in casa o di farlo sterilizzare. Perciò niente da fare eppure… il mio desiderio felino è stato comunque esaudito. Speravo, infatti, di trovare un micio “per caso”, per strada, e di giocare su quel misto di pietà e compassione – per me e il povero trovatello – che mi consentisse di tenerlo. A tanti miei amici è capitato: perché a me no? Poi, il “miracolo”. In un soleggiato pomeriggio primaverile si presentò alla nostra finestra una specie di tigrotto rosso, cieco da un occhio: fra noi fu subito amore. Ci siamo presi del tempo per conoscerci e avere fiducia l’uno nell’altra ma ne è valsa la pena. A oggi ha imparato a mettersi seduto e a porgermi la zampa in cambio di un croccantino. Rigorosamente al salmone perché anche il felino ha il suo carattere e i suoi gusti. Andrea all’inizio era scettico ma quando ha preso confidenza lo ha amato come me, forse anche di più (non lo ammetterà mai). Al punto che il “mio” gatto è diventato il “suo”. In realtà… è dei vicini di casa che ci dicono di non preoccuparci perché tanto è lui che sceglie dove e con chi stare. Diciamo che lo abbiamo adottato e gli abbiamo pure cambiato nome: da noi si chiama Bravogatto. È affettuoso ma non invadente. Ogni giorno attende davanti alla nostra finestra e ci aspetta per giocare, libero: lui e noi. Così ci troviamo con un “non nostro” gatto che sentiamo parte della famiglia. Circa 8 kg di fulvo pelo di gioia.

arifer.77@libero.it

LUI

Periferia di Broni, case ai piedi della collina, qualche boschetto e le immancabili vigne, la strada finisce e quindi poco traffico. Appartamento al piano rialzato vuol dire balcone a portata di gatto; anzi, di gatti: ce ne sono alcuni qui in giro che vanno e vengono, furbi e curiosi come da copione e interessati a quello che trovano da mangiare e non certo agli umani. Io ricambio il reciproco scarso interesse, non così mia moglie, molto più gattara dentro, che non perde occasione di avvicinarli e prova a farseli amici nonostante il mio scetticismo. Finché non ne è arrivato uno con un occhio cieco, ufficialmente dei vicini ma particolarmente refrattario a stare in casa e cionondimeno curioso e perennemente affamato, a cui piace molto venire da noi. Arianna se ne è appassionata subito, dice che è buono e lo chiama Bravogatto. Per farla contenta anch’io ho provato ad avvicinarlo, a starci insieme e a giocarci, dapprima con diffidenza e poi con maggiore trasporto. Bravo è bravo, però permaloso e anche un po’ tonto per la media felina, un “tästón” per dirla con un termine dialettale che non richiede traduzioni, anzi un “bärgnòcla” che in bronese vuol dire “bernoccolo” cioè un po’ duro di comprendonio; e come ogni gatto è così territoriale che non si può immaginarlo lontano da questo paese, cioè è un vero “butunón”. E fu così che colui che guardava dall’alto in basso gli amanti degli animali (tra cui sua moglie) divenne gelosissimo del suo amico “Bravogatto tästón bärgnòcla butunón”.

andrea.rovati.broni@gmail.com

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