Mino, due porte e due ricordi

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La generosità era un tratto del suo carattere e della sua scrittura.

“Era una cosa che non facevo quasi mai, due o tre volte all’anno, voglio dire, e quella doveva essere giusto la terza. Invece di proseguire fino al garage e prendere l’automobile, mi fermai all’angolo e aspettai l’autobus”.

Lasciamo che sia Fantasma d’amore a darci l’inizio, un inizio che racconta la scrittura di Mino Milani e molto dice di lui.

Tutto è scritto in queste righe di avvio, dove il personaggio si presenta e, prima ancora, allude alla sua vita sicura, fatta di consuetudini. Tutto è già nella parola cosa, a lasciare intravvedere ciò che si sta per narrare, a dirci l’indefinito, di cui qualcosa sapremo presto.

L’inizio ti deve tirare dentro il libro. E Milani è sempre stato un autore capace di catturare il lettore, di tenerlo attaccato alla pagina, non soltanto per portarlo alla fine della storia, ma per dargli l’occasione di godere di ogni riga.

Maestro di un raccontare che è narrare i fatti, le persone, lo scrittore di Cielo d’Oro apre dietro, dentro ogni ambiente lo spazio profondo di altre vicende, di nuovi volti.

Così il lettore comincia a pensare il racconto di Mino come una stanza che si apre in un’altra, una realtà che non finisce in ciò che si racconta, ma comunica con diverse realtà, attraverso le porte che si aprono lungo le pareti della quotidianità.

La pagina di Mino è pagina di porte.

E qui il direttore, caro amico, mi permette ora il primo ricordo personale.

Una piccola scuola media di paese, un giovane insegnante di italiano.

Un alunno, tra i più vivaci (spero che l’eufemismo basti), si avvicina e dice, imbarazzato: «Prof., non sono fatto per i libri. Non ho mai letto un libro intero. L’unico libro che ho letto è L’ultimo lupo di Mino Milani. Non lo dimentico».

Lo racconto a Mino, che sorride, ben sapendo il fascino che la sua scrittura esercita su lettori grandi e piccoli. Mi promette che verrà a trovare gli alunni. E così fa pochi giorni dopo.

Qui è un altro tratto del suo carattere, che è pure della scrittura (e non potrebbe essere altrimenti): la generosità. Mino è pronto a incontrare ragazzi e lettori sempre, in ogni circostanza: memorabile è l’incontro con gli studenti organizzato da mia moglie Francesca a Spinetta Marengo, nell’aula magna della scuola media, davanti all’affresco di Aligi Sassu.

Il suo cuore conquista; non è necessario avere una scaletta.

Dedico queste ultime righe al nostro Oltrepò.

Mino aveva casa a Castana, una casa che non ho mai visto (nella realtà), ma che era spesso nelle sue parole e nei suoi occhi. L’ho visitata decine di volte così.

A Castana ha dedicato una delle sue filastrocche:

Cra cra cra cri cri cri

Chiedo scusa per il pascolismo,

ma al mio paese sulle colline

le cicale fanno pressappoco così.

Che novità, qualcuno dirà,

chi non lo sa

che le cicale sono canterine?

Già. Ma le cicale di qua

sono garibaldine.

E lascio a voi di scoprire la storia delle cicale garibaldine di Castana, di aprire questa porta.

Concludo con il secondo ricordo, a cui mi portano le cicale: la filastrocca chiudeva i concerti del maestro Ennio Poggi e di Laura Beltrametti nei borghi più belli dell’Oltrepò e d’inverno siglava le serate di pianoforte che Antonella Griziotti organizzava per gli amici nella sua storica casa di piazzetta Garavaglia.

Penso di non poter andare oltre senza che la penna mi sfugga di mano.

E a Mino certo non piacerebbe.

Giuseppe Polimeni

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