«La paura del virus negli sguardi dei pazienti»

Visualizzazioni: 2590

Cristina Bertin ci dà un quadro dell’attività al “San Giacomo” di Novi dove ogni giorno un esercito silenzioso di professionisti riscopre il senso del suo lavoro

NOVI LIGURE – Nel pomeriggio di martedì 24 marzo i casi positivi al Covid-19 riscontrati tra i novesi, comunicati dall’Unità di Crisi della Protezione Civile, erano 24. Dall’inizio dell’epidemia i decessi causati dal virus sono 11. L’ultimo di pochi giorni fa era un volontario della Croce Rossa. Intanto l’Asl ha deciso di trasformare le sale operatorie del nosocomio novese in reparti di Terapia intensiva (22 nuovi posti, portando il totale a 53) e sub intensiva (12 nuovi posti). L’attività del Pronto soccorso proseguirà solo in parte: le urgenze cardiovascolari saranno tutte dirottate all’ospedale di Alessandria. Lo stesso vale per quelle traumatologiche. Le attività di chirurgia oncologica saranno a cura dei medici dell’Asl ma presso strutture private. Proseguono regolarmente le attività di ostetricia.

Tutti i giorni, da circa un mese, medici, infermieri e personale del “San Giacomo” fanno turni massacranti e vivono una situazione drammatica, lavorando senza sosta per aiutare i malati.

Di questo esercito continuamente in battaglia fa parte Cristina Bertin che prima, quando tutto era normale, svolgeva la sua mansione di tecnico di neurofisiopatologia presso il reparto di neurologia. Oggi tutto è cambiato e lei, madre di famiglia, catechista e collaboratrice del nostro settimanale, si è trovata catapultata in una dimensione quasi surreale.

Cristina, che parlando di sé si definisce “una “ballerina di quinta fila”, spiega: «I miei colleghi per 12 ore consecutive assistono i pazienti colpiti da Covid-19, somministrano le cure, provvedono a soddisfare i bisogni primari e, al tempo stesso, dimostrano sensibilità alle condizioni di disagio e sofferenza. Loro si stanno spendendo con abnegazione e professionalità uniche. In questa emergenza diventano, ancora più del solito, mediatori tra i pazienti e le famiglie che, purtroppo, non possono più vedere i propri cari dal momento del ricovero».

«Il presidio ospedaliero – aggiunge – è duramente provato da un virus invisibile a occhio nudo, ma che si vede negli sguardi delle persone che quotidianamente accedono alla tenda di pre-triage, allestita tempestivamente, quando ancora la situazione non era così tragica». Cristina racconta come silenziosamente, tutte le mattine, un esercito di professionisti fatto di medici di ogni specialità, infermieri, OSS, tecnici, addetti alla manutenzione, personale delle imprese di pulizia, risanamento e sanificazione dei locali, impiegati amministrativi e tanti altri, riscoprono «un senso nuovo nella professione che svolgono». «Ogni giorno, mossi da un profondo senso del dovere – continua la Bertin – entrano nel nosocomio e si fanno misurare la temperatura corporea da parte del personale dipendente o dei volontari della Croce Rossa che effettuano questa indispensabile operazione. I responsabili, invece, lavorano per organizzare le azioni necessarie ad affrontare una situazione in incessante evoluzione». Dalle sue parole si intuisce il forte senso di appartenenza a una comunità unita e pronta a spendersi fino allo stremo delle forze. Massima è l’attenzione di tutti a evitare lo spreco dei dispositivi di protezione che, come nel resto del Paese, sono pochi e difficili da trovare. La solidarietà, che in questa emergenza si manifesta in molte forme, non è mancata anche per far fronte alle necessità pratiche. Tanti sono stati gli aiuti e i contributi giunti da parte di negozi, attività di ristorazione e persone che hanno compiuto gesti di affetto e di sostegno verso gli uomini e le donne che lavorano nelle corsie. Cristina ha voluto ringraziare in particolare, tra le tante, l’azienda “Biolife”, che con i titolari Enrico Piacentino e Martino Gennaro, e con l’impiegata Simona Piccione, in un momento in cui scarseggiava la fornitura del disinfettante per le mani, hanno fatto dono di una rilevante quantità di prodotto per il Polo Endoscopico.

«A loro, a quanti la mattina “timbrano il cartellino” preoccupati più per i propri familiari a casa che per se stessi, voglio davvero dire grazie di cuore» conclude la “nostra” Cristina che chiede un pensiero e una preghiera per quanti sono stati strappati alla vita dal “nemico”, perché «non c’è flash mob che tenga, solo nel raccoglimento e nel silenzio è possibile ricordare i defunti e continuare a trovare la forza per lottare contro la malattia e sperare di farcela».

Daniela Catalano

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *