«Imparate a fare il bene, cercate la giustizia»

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La Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani si concluderà il 25 gennaio. Sabato 21 i Vespri nella parrocchia ortodossa rumena di Tortona e martedì 24 in cattedrale con il vescovo Mons. Guido Marini e i valdometodisti

TORTONA – Il teologo Joseph Ratzinger osservava che quando il venerando Patriarca ecumenico Atenagora salutava Papa Paolo VI, in visita a Costantinopoli nel 1967, come “Successore di Pietro”, “Primo nell’onore”, “Presidente dell’Agape”, sulla sua bocca si trova il contenuto essenziale della definizione del Primato condivisa nel primo Millennio.

“Roma non deve chiedere di più”, concludeva. “In una ritrovata unione con Roma l’Oriente – precisava il Cardinale Ratzinger – non dovrebbe mutare assolutamente nulla nella sua concreta vita ecclesiale”.

L’unità con Roma, nella struttura e nell’attuazione concreta della vita della comunità, potrebbe essere altrettanto “impalpabile” quanto lo era anticamente.

L’unione non comporta la sottomissione ad un Centro amministrativo unico, ma il riconoscimento della Sede di Pietro come punto d’orientamento entro la rete della comunione cattolica tra le Chiese.

L’essenziale non è ciò che il Papa eventualmente dice o non dice, fa o non fa, ma il fatto che il Papa ci sia e occupi il suo posto di roccia fondante e centro di convergenza stabilito da Cristo.

Con la sua semplice presenza il Papa è potenza unitaria, anche in assenza di protagonismo personale e di una Amministrazione centrale in esercizio permanente.

Papa Francesco assicura che il ristabilimento della piena comunione non significa né sottomissione dell’uno all’altro, né assorbimento dell’uno da parte dell’altro, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per mezzo dello Spirito Santo. “Se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solo di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi”.

Dai Protestanti il richiamo al primato della Parola di Dio scritta nella Bibbia.

“Dagli Ortodossi un insegnamento molto ricco sulla collegialità episcopale e sulla sinodalità”. Particolarmente necessaria e fruttuosa una riflessione comune su come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente; un attento esame di come si articolano nella vita della Chiesa il principio della sinodalità e il servizio di “colui che presiede”. I primi Concili ecumenici, notano i teologi Ortodossi, indicano non un unico ma più Centri di Comunione: le Sedi Patriarcali di Roma, Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme. In tal modo i Concili non codificano una Catena di Comando, ma canonizzano una modalità di funzionamento vincolante per tutte le Istituzioni del Corpo ecclesiale. Tutti e ciascuno, senza eccezioni, sono chiamati a superare individualismo e autosufficienza, camminando mano nella mano come fratelli, lavorando concordi nella Vigna del Signore. Dal punto di vista degli Ortodossi, in particolare dei Greci, in seguito alla ipertrofia medievale del Papato in senso assolutista e all’inserzione non concordata del Filioque nel Credo, la prerogativa del primato universale dal Vescovo di Roma sarebbe passata al Patriarca di Costantinopoli, che la esercita per le Chiese Ortodosse quasi ad interim, in supplenza. Il Metropolita ortodosso Elpidoforos sottolinea che tale primato non si riduce ad una mera onorificenza protocollare (come pensano i Russi).

Secondo il Metropolita, il rifiuto di riconoscere il primato all’interno della Chiesa Ortodossa, cioè un Vescovo primo tra i suoi colleghi Vescovi, con prerogative effettive ed esclusive in ordine al mantenimento dell’unità universale, “costituisce niente di meno che una eresia”. I Patriarchi Orientali, riuniti nell’anno 1848, scrivevano che qualora, come Pietro, il Vescovo di Roma cancellasse con lacrime di sincero pentimento il suo peccato di presunzione, gli Ortodossi sarebbero pronti a riconoscergli di nuovo il posto di “presidente dell’amore” nella Gerarchia della Chiesa universale riservato a lui dalla Tradizione dei Padri. Precisamente sulle lacrime di Pietro Papa Giovanni Paolo II ha svolto una magnifica meditazione: «È come se il Maestro stesso avesse voluto dirgli: “Ricordati che sei debole, che anche tu hai bisogno di un’incessante conversione.

Puoi confermare gli altri in quanto hai coscienza della tua debolezza. Ti do il compito della Verità, ma questa verità non può essere predicata e realizzata in alcun altro modo che amando”. Il compito di Pietro non è creare ostacoli, ma cercare vie; cercare costantemente le vie che servono al mantenimento dell’unità».

Don Roberto Lovazzano

Delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso

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