«Coppi, un Eroe che ha ridato speranza all’Italia»

Visualizzazioni: 231

Al “Premio Internazionale Fausto Coppi – Città di Tortona” Marino Bartoletti, con il suo stile inconfondibile e con un po’ di commozione, ha ricordato il Campionissimo e Gianni Brera. Noi lo abbiamo intervistato

L’evento che “Arena Derthona” ha regalato alla città mercoledì 4 dicembre è stato di quelli memorabili. Parliamo del “Premio Internazionale Fausto Coppi – Città di Tortona”, alla sua prima edizione, nel centenario della nascita del Campionissimo. Ideato da Charly Bergaglio e realizzato in un teatro “Civico” tutto esaurito.

Marino Bartoletti è stato il cerimoniere principe della serata. Con lui abbiamo voluto approfondire i molteplici sentimenti, gli aneddoti, i ricordi emersi durante la serata.

Fausto Coppi – mi si passi la definizione “pop” – è stato un “supereroe” del suo tempo. Come lo è diventato?

«Diciamo che è stato un Eroe, con la E maiuscola. Lo è stato in un mondo che non aveva assolutamente bisogno di eroi, quello del secondo dopoguerra italiano; ma che alla fine negli eroi dello sport – come Bartali e Coppi – si è riconosciuto perfettamente. Questi campioni hanno ridato all’Italia la speranza di cui aveva bisogno. Lo sport era una delle poche cose a cui ci si poteva appigliare. Il più popolare, nel quale oltretutto vincevamo, era il ciclismo. Coppi ha rappresentato perfettamente questa necessità di avere una piccola stella cometa nella quale il paese si potesse riconoscere».

Un ruolo simile lo ebbe il Grande Torino.

«Nel caso del Torino la cosa divenne tragica, perché quella grande speranza non fece in tempo a diventare concretezza. Il Torino cioè, che era anche la Nazionale italiana, non fece in tempo a partecipare ai Mondiali del ’50. Però, per assurdo, persino il dolore riaffratellò gli italiani. Tutti piansero. Se oggi cadesse un aereo con una grande squadra, forse, qualcuno rimarrebbe indifferente».

Abbiamo rivisto a maggio, nel 70° anniversario di Superga, le immagini dei funerali: c’erano 600 mila persone.

«Il funerale non è mai un metro di valutazione molto elegante, ma non è un caso se i grandi funerali del dopoguerra sono stati quello del Torino e quello di Coppi. Quelli per cui si era venuti da tutta Italia. Una tale commozione collettiva oggi non ci sarebbe più».

A Tortona sembra quasi che Coppi non sia mai morto. Le sue immagini sono ovunque; il nome è scritto sull’asfalto. Ma quanto rimane dell’icona “Coppi” nell’immaginario nazionale?

«È dappertutto, assolutamente. È chiaro che Tortona ha toccato con mano il suo profumo, ma Coppi continua a unificare l’Italia, al di là delle generazioni. Coppi e anche Bartali. Ho sempre sostenuto che la storia dello sport coincide con la storia di questo Paese. E loro ne sono protagonisti.

Quella sera, senza blasfemia, ho detto che così come Garibaldi nel 1860 ha unificato un Paese che non c’era, nel 1946 Coppi e Bartali hanno riunificato un Paese che non c’era più».

Fra i premiati c’era anche Franco Brera, figlio di Gianni. Per te un maestro, un amico. Avrebbe compiuto cent’anni nel 2019: una ricorrenza, mi pare, passata sottotraccia. Perché invece dobbiamo essergli grati?

«È come se mi chiedessi di mio padre, quindi puoi capire con che emozione ne parlo. Sì, è vero quello che dici; forse perché una parte d’Italia lo ha percepito come giornalista del nord. Sbagliando, perché lui amava tutta l’Italia. E amava il sud, a modo suo.

Però quando qualcuno mi dice: “Tu sei solo un giornalista sportivo”, gli sbatto sul naso che sono “solo un giornalista sportivo” come Gianni Brera. Che ha portato la cultura nel giornalismo, e non solo in quello sportivo. L’innovazione. Chi non lo commemora non ha capito che cosa è stato».

A volte sembra che ci si ricordi di lui solo come un inventore di neologismi.

«Purtroppo è così. Ci si ferma a questo per colpa nostra, che non sappiamo trasmettere quella cultura. Basterebbe leggere, anche se è difficile trovarlo, “Coppi e il diavolo”, che è forse il più bel racconto su Coppi che sia stato scritto. E l’ha scritto lui».

“Non c’è tempo per fermarsi, per restare indietro”, cantava Gino Paoli, riferendosi a Coppi. Nella tua recente visita a Tortona, ma anche nelle numerose a Castellania, hai visto una spinta di questi territori a emergere con le loro specificità, a non restare indietro?

«Andare a Castellania, per me, è come andare a Betlemme. Una sensazione quasi mistica. E sono molto contento che Castellania venga preservata nel ricordo, nel culto direi quasi, di questo figlio. Che assomiglia terribilmente alla sua terra.

Il suo spirito di sacrificio, la sua voglia di arrivare, credo siano molto simili a quelli della vostra terra. Dove c’erano delle colline brulle, qualcuno ha piantato delle vigne meravigliose, e hanno prodotto tanti buoni vini. A cominciare da Coppi, che è stato il vino più buono».

Pier Luigi Feltri

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *