Che Natale sarà senza la magia del circo?

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Lo “spettacolo più bello del mondo” è fermo da febbraio. I tendoni sono smontati. I bambini non sorridono più. E i circensi fanno fatica a sopravvivere. Li aiuta la gente comune, la Caritas, la Fondazione Migrantes, la Coldiretti. Ma, come spiega Antonio Buccioni, presidente dell’Ente Nazionale Circhi, «lo Stato ha fatto troppo poco». E mentre Alessandro Serena si augura presto una rinascita, noi siamo andati a intervistare Davio Casartelli, Vinicio Togni e Paride Orfei

Il Natale senza il circo è un po’ meno Natale. Quest’anno, nel rispetto delle norme anti Covid emanate dal Governo, tanti bambini e tante famiglie, durante le feste, non potranno assistere allo spettacolo più bello del mondo. Niente occhi sgranati e sguardi carichi di meraviglia; niente fiato sospeso davanti ai numeri di acrobati e trapezisti; niente magia. I tendoni dei circhi italiani non sono montati; la pista è buia ormai dalla fine di febbraio e i circensi, che vivono di rapporto con il pubblico e di mobilità, di spostamenti, di viaggi, stanno cercando, a fatica, di sopravvivere. Lo Stato non li ha dimenticati ma rappresentano il settore del mondo della cultura al quale sono giunti molto meno aiuti e sovvenzioni rispetto ad altre categorie. Sono piccole aziende in forte crisi, alcune con più di un centinaio di dipendenti. E poi ci sono gli animali: senza i soldi per acquistare il loro cibo, rischiano di morire. In città non ci sono i soliti manifesti allegri e colorati che annunciano l’arrivo del circo; i piccoli non sorridono più e il tamburo della banda è muto. Davvero, tra una settimana, sarà Natale?

Abbiamo parlato, nei mesi scorsi, di teatri, di mostre, di cinema, di concerti annullati. E al circo chi ci pensa? Ci pensa la gente comune, e poi la Caritas, la Fondazione Migrantes, la Coldiretti… ci pensano quelle associazioni che dal primo lockdown hanno deciso di aiutare spontaneamente i tanti circhi bloccati nei paesi italiani, in una gara di solidarietà tutta dal basso, che è stata il segno di un legame che ancora unisce la popolazione a quegli artisti così tanto amati (e spesso accolti e ospitati) anche dal Papa.

Per Antonio Buccioni, presidente dell’Ente Nazionale Circhi, «la pandemia si è abbattuta su un Paese pieno di problemi, stanco, preoccupato, in una fase della storia in cui il circo era già in difficoltà. Se il 2019 non era stato un anno facile dal punto di vista commerciale, dopo una leggera ripresa registrata lo scorso Natale, il circo guardava con preoccupazione al futuro. Negli ultimi 15 anni, del resto, per colpa di una parte della categoria non all’altezza del suo ruolo, si è logorato il rapporto tra il circo e la società civile. Ora la pandemia, che sta avendo per noi conseguenze pesantissime, ha quantomeno fatto riscoprire alla comunità il proprio affetto nei confronti dello spettacolo sotto il tendone. Da Bolzano a Palermo la popolazione, senza distinzioni, ha aiutato il circo. Garantendo cibo e sostentamento a uomini e ad animali con manifestazioni di beneficenza e offerte, alle quali si sono aggiunti gli interventi della Caritas, di Migrantes, di Coldiretti e in talune città della Protezione civile». Nel 90% dei Comuni italiani manca una sala, uno spazio per lo spettacolo, di qualsiasi tipo e, spesso, l’arrivo di un circo dovrebbe rappresentare un’occasione per prendere parte a una rappresentazione dal vivo che consente alle persone di uscire di casa, dal proprio recinto, di stare insieme. «Mi auguro che, terminata l’emergenza, questo possa avvenire. – continua Buccioni – Oggi il blocco del circo è totale. Lo Stato ha stanziato per la categoria 1 milione e mezzo di euro e solo la metà è arrivata nelle casse dei circhi che possiamo dividere in tre fasce: i percettori fissi del Fondo Unico dello Spettacolo che hanno continuato, anche nel 2020, a percepire le sovvenzioni con un leggero aumento degli introiti; i soggetti extra flusso che non percepiscono il Fondo e che sono stati ristorati con 10 mila euro ciascuno, ai quali dovrebbero presto aggiungersi altri 10 mila euro; i 30 complessi che non hanno percepito nulla anche per colpa loro in quanto non sono stati in grado di produrre la documentazione richiesta. Sta di fatto che l’intervento statale è deludente. Ai circensi manca il contatto con il pubblico e gli spostamenti. Stanno subendo un grave danno di natura commerciale e psicologica».

Ne sanno qualcosa due storici “amici del circo” di casa nostra, entrambi di Castelnuovo Scrivia, Giansisto Garavelli, medico dell’ASST di Pavia che, grazie a una convenzione con l’Enc sottoscritta tra il direttore Michele Brait e lo stesso Buccioni, cura i circensi in rete su tutto il territorio nazionale, e il patriota circense Matteo Maimone. Il loro apporto costante, il loro sostegno al mondo del circo dura da parecchi anni ma mai come ora hanno visto clown, giocolieri e addestratori tanto provati da uno stop forzato che non garantisce alcun introito.

Ce lo spiega bene Davio Casartelli, titolare del circo “Medrano”, un nome, una garanzia, da decenni; un marchio che ha reso felici milioni di bambini (e non solo); un circo che è poesia. Uno che di beneficenza se ne intende, basti pensare che nel 1988, con le elefantesse Tali, Batman e Kanaudy, ha ripetuto la traversata delle Alpi di Annibale. Una marcia di ben 800 km a piedi, che partì il 30 marzo da Perpignan in Francia per arrivare a Torino il 19 aprile, con una serie di tappe nel mezzo al percorso e un seguito di circa 100 persone. Fu un’impresa che attirò l’attenzione di cantanti, attori, gente del mondo dello spettacolo, grazie ai quali si riuscì a reperire ingenti fondi (si parla di miliardi) destinati alla ricerca contro la leucemia in Italia, Spagna, Francia e Inghilterra. Ecco perché Davio apprezza ancora di più la generosità di un popolo che sta continuando ad adoperarsi per il suo circo. «Solo in Italia potevamo contare su un aiuto così ampio. Da una parte è mancato lo Stato, dall’altra parte le persone “normali”, dai panettieri ai fruttivendoli, ai volontari della Caritas, sono state molto generose con noi. Non finirò mai di ringraziarle. Non lavorare a Natale è bruttissimo; è qualcosa di atroce. Noi facciamo il nostro spettacolo per il prossimo, per dare gioia al pubblico. Pensate che tristezza non poterci esibire proprio durante le feste». Davio, dall’8 marzo, è stato fermo con i suoi animali in Campania mentre il resto del circo era in Grecia a completare la tournee. «Non è stato semplice garantire il cibo ai miei 60 animali per 9 mesi: il popolo campano è stato meraviglioso, ci ha aiutato in tutti i modi». Adesso la famiglia Casartelli si è riunita: il circo, chiuso, si trova a Lecce e molti artisti delle troupe straniere sono tornati nei loro Paesi di origine in attesa che la pandemia finisca. «Siamo in 62 persone, ferme qui. È desolante. Gli animali, per primi, soffrono questa condizione, loro che erano gioiosi quando entravano in pista e ascoltavano la musica. Adesso c’è solo silenzio».

Sempre in Puglia, a Gioia del Colle, poco distante da Bari, si trova il circo “Lidia Togni”, diretto e condotto da Vinicio Togni, impareggiabile addestratore di cavalli che nel 2012 ha vinto il Clown d’Argento al Festival del Circo di Montecarlo. «Era il 25 febbraio – sottolinea Vinicio – quando abbiamo fatto, a Salerno, il nostro ultimo spettacolo. Si trattava, guarda caso, di uno show di beneficenza. Pochi giorni prima, infatti, era stato da noi il vescovo dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, Mons. Andrea Bellandi, a celebrare la Messa nella nostra chiesa viaggiante. Per ringraziarlo della sua presenza avevamo organizzato uno spettacolo speciale gratuito per i bambini della Diocesi e del Comune. Era stata una grande festa. Poi, dal giorno seguente, non abbiamo più lavorato. Dal 15 giugno il Dpcm dava la libertà ai sindaci di decidere se ospitare o meno i circhi sul loro territorio. Si è parlato di spettacoli all’aperto, in modalità arena, di drive-in, ma di fatto niente è stato più come prima. Da ottobre ci siamo trasferiti in Puglia, pensando di riprendere la tournee ma non c’è stato nulla da fare». Per 60 persone – bambini, nonni, famiglie, artisti – il lockdown continua e con loro ci sono 30 cavalli e 15 animali esotici. «Tutte le città in cui siamo stati di recente – aggiunge Vinicio – ci hanno sostenuto con il loro grande cuore: la gente, i veterinari, l’Asl, la Caritas, le Parrocchie locali. È stata una testimonianza collettiva di quanto ci vogliano bene. Dal Governo, invece, abbiamo avuto pochissimo perché la cifra che è stata stanziata per darci una mano deve essere divisa tra oltre 100 realtà nazionali: alla fine resta poco per tutti».

E mentre Vinicio Togni ci lascia perché sta per registrare un’intervista con “Mi manda Rai Tre”, passiamo dai Togni agli Orfei. La voce, adesso, è quella fuori dal coro di Paride Orfei, figlio del leggendario Nando e fratello di Ambra. Paride attualmente dirige l’Accademia di Arte Circense a Peschiera Borromeo.

Anche questa attività è ferma da mesi e pensare che prima del Covid contava 380 iscritti, ragazzi che volevano fare sport o intraprendere un percorso professionale nel mondo dello spettacolo perché l’Accademia, con i suoi due tendoni, una struttura di 5.000 metri quadrati, il palcoscenico, offre la possibilità di lavorare non solo nel circo, ma anche nel musical, sulle navi, tra gli artisti di strada, in teatro. «Il circo sta subendo un duro colpo a causa dell’emergenza sanitaria – spiega Paride Orfei – ma questa crisi arriva dopo 20 anni di lento decadimento del mondo circense. Voglio essere obiettivo. Credo che la colpa di ciò che è accaduto prima del virus, sia nostra. I circensi non hanno saputo adeguarsi ai tempi nuovi e sono rimasti chiusi dentro i loro cancelli. Invece si doveva uscire, vivere nel mondo, conoscerlo.

Ecco ciò che contava per essere sempre più professionali. Basterebbe citare chi ha affittato il nostro nome: Orfei. E ha ingannato il pubblico. Oggi, al di là dei problemi quali l’animalismo, il mondo del circo è spesso denigrato dall’opinione pubblica. Ecco perché mi sono deciso a fermarmi: volevo farmi un’idea precisa di che cosa ci fosse là, fuori dal tendone».

Il circo, allora, è destinato a morire? «Il circo non morirà mai. – assicura Paride – Forse il circo di una volta, con i suoi grandi nomi, lo sfarzo, la magia, finirà, ma dobbiamo essere bravi a creare qualcosa di altrettanto bello e di innovativo».

Già… il circo dei tempi andati, quelli raccontati nel libro recentissimo di Liana Orfei, Romanzo di vita vera – La regina del circo (Baldini+Castoldi), quando, per esempio, oltre a Nando c’era Moira. Suo nipote, figlio della sorella di Walter Nones, è docente di Storia del Circo alla Statale di Milano, insegna alla Iulm, è autore di programmi televisivi e produttore di circo-teatro. Stiamo parlando di Alessandro Serena, una vera e propria personalità nel mondo del circo. «Quest’anno – racconta Serena – 50.000 bambini che frequentano varie forme di accademie, di scuole, di arte circense non possono fare nulla. Sono costretti a non dare sfogo alla loro passione.

Il circo, infatti, è formativo, insegna il sacrificio, è creativo, fantasioso; è un mondo che si regge sull’inclusione sia perché sotto il tendone convivono persone di varie nazionalità e culture, sia perché tutti al circo possono trovare spazio in un numero.

Adesso ciò non è consentito e si va avanti nell’attesa che ogni forma espressiva possa riprendere». Serena ha vissuto fino a 13 anni nel circo di Moira, poi ha studiato Ragioneria a San Donà di Piave, si è laureato al Dams di Bologna e ha iniziato a lavorare per il circo proprio con lo zio Walter Nones per il programma “Sabato al circo”. Da allora non si è più fermato e non si contano le sue collaborazioni e le sue produzioni per tantissimi spettacoli o le sue consulenze per numerosi eventi culturali come la Biennale di Venezia, nel 2000. «Ricordando zia Moria, – conclude – che durante la seconda guerra mondiale conobbe la condizione di sfollata, mi piace citare un fatto storico. Terminato il sanguinoso conflitto, mentre in Italia partiva la ricostruzione, i circhi nelle grandi città montavano il loro tendone negli spazi aperti creati dai bombardamenti. Là dove si era formato un cratere a causa di una bomba, la gente assisteva a uno spettacolo del circo che divenne un luogo simbolico della rinascita. Spero che anche in un futuro prossimo, terminata la pandemia, il Paese possa simbolicamente ripartire dal circo ovvero che si possa ritrovare, insieme, la voglia di stupirci».

Matteo Colombo

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