Beato Guglielmo di Fenoglio

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Il 19 dicembre nel Martirologio romano si ricorda Guglielmo di Fenoglio, di cui Papa Pio IX, con decreto del 29 marzo 1860, confermò il culto con il titolo di beato. Di lui si hanno almeno cento raffigurazioni, di cui alcune nella Certosa di Pavia (dove ve ne sono ben 22), nella chiesa del Brichetto a Morozzo e nella Certosa di San Martino a Napoli, dove c’è un ciclo di affreschi di Micco Spadaro. Spesso è raffigurato con una zampa di mula nella mano. Nacque a Garessio, in provincia di Cuneo, nel 1065 e morì molto probabilmente intorno al 1120, nella Certosa di Val Casotto. Fu un converso (un fratello laico) la cui fama si diffuse prima nel Monregalese e poi Europa. È il patrono dei conversi certosini.

Era noto come il “santo dai miracoli burleschi” e grazie alla sua disarmante semplicità seppe attrarre le folle. Del periodo giovanile si hanno poche notizie, tra cui quella che si ritirò in eremitaggio vicino Mondovì e a vent’anni fece il suo ingresso nella Certosa di Val Casotto, fondata nel secolo XI, forse da san Bruno mentre si recava dalla Grande Certosa di Grenoble a Roma. Guglielmo aveva il compito di provvedere ai viveri per il monastero e di fare le questue nelle cascine.

Spesso nei suoi viaggi fino in Liguria era assalito dai briganti che lo derubavano e lamentandosi di questa situazione con il priore, questi lo esortò a difendersi usando, se necessario, anche la zampa della sua mula.

Il beato, che era fedele all’obbedienza, alla prima occasione di assalto afferrò davvero la zampa della mula, la staccò e impugnandola come una clava fece fuggire terrorizzati gli assalitori, poi, in fretta riattaccò la zampa all’animale ma al rovescio. Quando il priore lo vide tornare se ne accorse e per capire se davvero aveva fatto una simile impresa, lo rimproverò per la sbadataggine e gli ordinò di rimettere la zampa in modo corretto, cosa che Guglielmo fece con naturalezza, staccandola nuovamente e riattaccandola e scusandosi pure per l’errore. Tutto senza che l’animale perdesse sangue come ebbero modo di verificare il priore e molti testimoni. Per questo motivo nella Certosa di Pavia è scherzosamente definito “il santo del prosciutto”. Alla sua morte la fama di santità si diffuse velocemente e la sua tomba fu meta di molti pellegrini.

I monaci più volte spostarono il suo corpo, rimasto incorrotto per tre secoli, all’interno del monastero ma ogni volta tornava miracolosamente alla sua originaria sepoltura. Nel 1802 lo murarono in una cappella e non lo ritrovarono mai più.

Daniela Catalano

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