Non il mio ma il vostro giornale

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Ho scritto il primo articolo su questo giornale il 29 novembre del 1998 e da allora non ho più smesso. Se mi volto indietro vedo che la strada percorsa è stata lunga. Ma ricordo (quasi) ogni momento passato in redazione, i volti di tutte le persone incrociate lungo il cammino, i fatti e le notizie che ho raccontato da quelle colonne che, giorno dopo giorno, sono diventate familiari: il mio posto nel mondo.

Così sono cresciuto insieme a voi.

Da oggi inizio una nuova avventura. Sono grato al Vescovo che, con il parere positivo del Consiglio Epi-scopale, mi ha scelto quale direttore del settimanale diocesano. Mi ha affidato un compito che mi riempie di orgoglio ma che porta con sé anche tanta responsabilità. Non appena ho ricevuto l’incarico sono corso in cattedrale a recitare una preghiera. Poi ho pensato che la storia gloriosa del “Popolo”, iniziata il 13 giugno del 1896 grazie a Mons. Igino Bandi, ha visto alternarsi grandi firme e grandi direttori che per me sono dei maestri: Lorenzo Ferrarazzo, Franco Busseti, Teo Marchini, Pier Giovan-ni Agnes. In fondo, raccolgo la loro eredità e mi impegnerò a farla fruttare senza risparmiarmi per essere un testimone fedele e attendibile della vita della città dell’uomo.

Seguendo le indicazioni di Mons. Vittorio Viola, riporterò i fatti “alla luce della dottrina sociale della Chiesa, a servizio del bene comune, favorendo, con una comunicazione attenta alle nostre parrocchie, la comunione dell’intera comunità diocesana”.

Ma il pensiero più grato e carico di stima e di affetto adesso va a chi resterà sempre il “mio” direttore: mons. Pier Giorgio Pruzzi. È lui che mi ha passato il testimone e, soprattutto, è lui che mi ha insegnato il mestiere. Con lui, quotidianamente, ho vissuto la mia vita professionale e non solo. Ho imparato a usare la penna e a comprendere l’attualità. A guardare, con occhi critici e interrogativi, i cambiamenti in atto nella società e nella Chiesa. A stringere con i colleghi della redazione e con chi è passato di qua rapporti leali. A progettare il futuro senza mai dimenticare il passato e la lezione fondamentale che viene dalla storia. Quest’ultimo è il primo insegnamento che metterò nella cassetta degli attrezzi e che vorrò, a mia volta, trasmettere ai collaboratori più giovani perché senza radici una pianta non cresce.

Ora, caro don Giorgio, mi permetto di dirlo io a lei: «Attento bene!» cioè non dimentichi mai la mia sincera riconoscenza: tutto custodisco e tutto tengo – le riunioni attorno al tavolo rotondo, il commento degli altri giornali, le telefonate, le centinaia di articoli scritti corretti impaginati, i viaggi e i convegni, i giorni belli e i giorni tristi dell’esistenza – tutto è stato e sarà importante.

Il tipo di settimanale che ho in testa di realizzare per essere strumento pastorale efficace, per stare al passo con i tempi e per interessare, incuriosire e coinvolgere i lettori, non supera e non disconosce ciò che abbiamo fatto fino a ieri. Anzi, prenderà le mosse da lì per il suo necessario rilancio.

Ve lo dico subito: questo non è il mio giornale. È il nostro. È il vostro. Dunque ci tengo a condividere il progetto del “nuovo” “Popolo” con la comunità: sceglierò le linee guida con il Vescovo e poi le sottoporrò al giudizio del Consiglio Episcopale e della Fondazione “Mons. Igino Bandi” cioè dell’editore. Ho bisogno di confronto, di dialogo, di suggerimenti e di critiche. Ho bisogno di imparare: di ascoltare e di essere ascoltato. Solo così, dopo questi passaggi, nelle prossime settimane (sicuramente entro un mese) potrà vedere la luce un “Popolo” con una grafica riveduta, una diversa collocazione delle notizie, un’attenzione particolare al commento e all’approfondimento, più spazio alle persone che diventeranno testimoni, alla cultura, alle realtà lontane e distanti.

“Il Popolo” dovrà essere un mezzo indispensabile per creare comunione tra le varie componenti diocesane anche nell’ottica di una pastorale di comunità che il Vescovo sta improntando. I laici impegnati nella redazione e non solo (a partire da me) si sentiranno, nella stesura del giornale, laici corresponsabili.

Io sarò un direttore cor-responsabile.

Non voglio rinunciare al vostro sostegno, a partire dai sacerdoti, soprattutto da quelli che hanno smesso di leggere “Il Popolo”, fino alla famiglia dei lettori ai quali, per primi, renderò conto delle mie scelte e delle mie opinioni.

Non voglio rinunciare a un giornale con una sua identità, una sua anima, una sua linea. Che è la linea della Chiesa e del Papa: prima di essere un operaio della carta stampata mi sento un fedele della Diocesi di Tortona e come tale, uno dei tanti indispensabili costruttori di una comunità così come è stata descritta nelle cinque Lettere Pastorali del Vescovo Viola.

Non rinuncerò ad articoli scritti bene, a verificare le notizie, a stare tra la gente, a intensificare i rapporti con la Fisc e con le altre associazioni di categoria.

Non rinuncerò alla mia idea di verità e alla vostra idea, anche se contraria e opposta a ciò in cui credo.

Invece voglio da oggi rinunciare a chi vola basso. A chi è pronto soltanto a demolire il lavoro degli altri. A chi sale sul carro del vincitore. A chi frequenta le sacrestie per fare pettegolezzo.

Farò a meno delle paillettes, dei politicanti e dei trasformisti, del mondo virtuale di una città che non è mai specchio della città di Dio, di chi non ha dubbi, di chi vuole trionfare, dei tuttologi, degli arrivisti, di chi non sceglie mai, di chi vota seguendo le mode del momento, di chi non sbaglia, di chi non chiede scusa, di chi giustifica tutto, di chi non usa carità.

E ancora, voglio rinunciare al tempo del delirio digitale (le opportunità del web sono un mezzo, non un fine), al pensiero liquido e orizzontale, a chi non rispetta l’universo femminile, a chi pensa che la soluzione sia alzare muri e chiudersi al di qua della siepe di casa sua, agli insegnanti senza entusiasmo e ai genitori che giustificano i figli in continuazione, ai passatisti, ai maleducati, ai delatori.

A chi non ha mai letto una poesia. A chi l’ha letta e ha detto che comunque è stato inutile.

Intanto il cantiere è aperto. Ancora qualche settimana di pazienza e poi ri-partiremo.

Conservate questo articolo così, tra un anno, facciamo tra un anno, mi direte se avrò mantenuto o meno le mie promesse. Non sono un politico e nemmeno un marinaio, sono un giornalista che crede in questa successione alla direzione come a un’occasione, una sfida, un’opportunità. E da giornalista vi assicuro che questo sarà l’ultimo editoriale che gira in un’altra pagina. D’ora in avanti il mio articolo di fondo starà tutto in prima, insieme a voi.

Matteo Colombo

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