Il ritorno di Pierino Montagna, ucciso in nome della libertà

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La storia del giovane partigiano di Santa Giuletta, morto nel 1944 in Toscana,

raccontata dalla nipote Daniela Montagna e dallo storico Roberto Carnesciali

Il 25 aprile si festeggia in Italia la Festa della Liberazione. Liberazione dal governo fascista e dall’occupazione nazista del paese. Conosciuta anche come anniversario della Resistenza, la festa rende omaggio ai partigiani di ogni fronte che a partire dal 1943 contribuirono a liberare l’Italia. La data fu scelta dal Comitato di Liberazione Nazionale perché proprio il 25 aprile, da Milano, partì l’appello per l’insurrezione armata della città, sede del comando partigiano. Tante sono le storie di partigiani dell’Oltrepò pavese che hanno sacrificato la vita per la libertà. Tra queste una ha come protagonista un giovane ragazzo rimasto per più di 70 anni “Ignoto” e che oggi ha finalmente ritrovato la sua identità ed è “tornato” a casa per riposare nel cimitero del suo paese, accanto ai genitori e al fratello. Nel libro intitolato “Il sogno partigiano di Pierino”, pubblicato dalla casa editrice Primula, diretta e fondata nel 2012 da Giorgio Macellari, Daniela Montagna, nipote del protagonista, in collaborazione con il professore Roberto Carnesciali, che ha curato l’appendice storica, racconta la storia di suo zio Pietro, da tutti conosciuto come Pierino, ucciso il 19 marzo 1944, a soli 18 anni, nel paese di Giovi, oggi frazione di Arezzo, mentre sognava di combattere per la libertà. Daniela Montagna, nata a Santa Giuletta, vive da tempo a Voghera, e per più di trent’anni ha insegnato Chimica all’Istituto Agrario “Gallini”. Roberto Carnesciali è originario di Arezzo; laureato in Lettere presso l’Università di Siena, lavora presso la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e vive proprio a Giovi. Grazie a loro la breve di vita di Piero Montagna è stata oggetto di studio e di approfondimento e con lui, nelle pagine del libro, sono tornati a rivivere i suoi familiari, gli amici e i luoghi che lo videro nascere e muovere i suoi primi passi, crescere e cominciare a sognare la libertà. Nel volume l’autrice non parla solo della sua famiglia, con toni appassionati e sinceri, ma racconta anche le dinamiche economiche, sociali e culturali, gli usi, i costumi e le tradizioni di un piccolo centro urbano come Santa Giuletta, nel periodo antecedente la Seconda guerra mondiale. Realizza così un affresco a tutto tondo, che suscita riflessioni e ricordi. All’origine di questo lungo viaggio a ritroso c’è una telefonata che Daniela Montagna ha ricevuto nel 2016, nella quale veniva informata del ritrovamento della tomba di suo zio Pierino. Dopo aver provato “un’emozione fortissima che le provoca una felicità esplosiva e lacrime impetuose”, inizia per lei un lungo percorso che si conclude due anni dopo con la pubblicazione del libro e con la cerimonia di commemorazione che si è svolta nella cappella dei caduti nel cimitero della frazione Castello di Santa Giuletta, sabato 19 maggio 2018. In quell’occasione, alla presenza del sindaco Simona Dacarro, di Carnesciali, di una delegazione del paese e delle associazioni d’arma provinciali, la nipote ha accolto le spoglie dello zio. Pierino era nato il 12 agosto 1925 e con il fratello maggiore Teobaldo, papà di Daniela, fu cresciuto dalla mamma, rimasta vedova a 28 anni, nella frazione Castello, insieme alla nonna e ai cugini. La sua vita è quella di un ragazzo come tanti, in una famiglia di origini modeste, abituata a fare sacrifici, caratterizzata dalla scuola, dal lavoro dei campi e dai genuini divertimenti tipici di quegli anni. Trovò poi lavoro come meccanico presso un’officina del paese e allo scoppio della seconda guerra mondiale, essendo nato nella seconda metà del 1925, fu dispensato dal servizio militare, a differenza del fratello che partì per il fronte e dopo il 1943 fu deportato in un campo di lavoro in Austria. Nel frattempo Pierino, grazie ad alcuni amici di Santa Giuletta, si avvicina alle idee socialiste. La Siechereits, la polizia speciale fascista, che aveva il suo quartier generale a Broni e nel castello di Cigognola, cominciò a controllare il giovane e a minacciare la sua famiglia e così Pierino, per evitare guai, accettò di essere reclutato come volontario nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Il 20 gennaio del 1944, mentre si trovava da alcuni parenti a Campoferro, alle porte di Voghera, partì e la sua prima destinazione fu la caserma di Novi Ligure nel 114° battaglione, insieme al compagno Emilio Milanesi e a Gino Pasotti. Poi il 10 marzo l’improvvisa partenza per Arezzo dove ricevette l’ordine di scavare trincee per fermare l’avanzata delle truppe alleate che stanno risalendo la penisola. In quell’occasione scrisse una lettera alla madre, dal tono molto agitato. Nella lettera, che la nipote riporta nel libro, Pierino raccontava gli avvenimenti accaduti, ma il tono usato faceva emergere il suo tormento interiore e la sua ansia. Nella città toscana venne a sapere della presenza delle brigate partigiane nel Casentino e forse qualcuno gli parlò della “Pio Borri”. Nella sua testa c’era chiara l’idea della lotta di Liberazione e perciò il 14 marzo disertò e probabilmente si rifugiò in casa di Oliviero Fusai, in attesa di partire per il Casentino per unirsi alla brigata alla quale non arrivò mai. Il 18 marzo Pierino scrisse l’ultima lettera alla madre, poi il 19, una domenica mattina, mentre si trovava sul treno insieme a Fusai, sulla tratta Arezzo-Stia, salirono due fascisti. Fusai riuscì a fuggire e i due si avvicinarono a Pierino e gli chiesero i documenti. Montagna era senza documenti, provò a estrarre una pistola e loro gli spararono. Il treno si fermò a Giovi e i due presero il corpo e lo buttarono sulla banchina e se ne andarono a festeggiare all’osteria l’uccisione di un “traditore”. Una ragazza però si avvicinò al cadavere. Si chiamava Lilia Mennini. Con un gruppo di giovani organizzò il funerale di quell’uomo di cui non si conosceva l’identità. Da quel giorno, per tutti, lui fu l’“Ignoto di Giovi”. Lilia ha portato i fiori sulla sua tomba per più di 70 anni pagando sempre la bolletta della luce al cimitero. Intanto, nonostante le disperate ricerche della famiglia, per tutti, Pierino risultava disperso in guerra. Fino a quando, nel 2014, Roberto Carnesciali, ricercatore di storia locale, si appassiona alla vicenda e decide di scoprire l’identità dell’“Ignoto”. Dopo aver trovato un trafiletto di un giornale in cui si faceva menzione a un processo agli assassini, si leggeva che la vittima poteva essere un certo “Pietro Montagna di Pavia”. Carnesciali dopo alcune ricerche a Pavia e provincia, grazie all’intervento dell’Ufficio anagrafe di Santa Giuletta, focalizza l’attenzione proprio su tale Pietro Montagna e nel settembre 2016 arriva in paese. La ricerca sembra non dare esito, fino a quando non mostra a Paolo Montagna, classe 1922, la foto del giovane sulla lapide del cimitero del Castello che si chiama Pietro Montagna e il compaesano riconosce in lui il suo amico Pierino. Da quel momento inizia il lungo viaggio di ritorno di Pierino verso casa. Carnesciali entra in contatto con la nipote Daniela, ultima componente del nucleo familiare, che vuole saperne di più sulla fine di quello zio che lei aveva imparato ad amare grazie alle parole della nonna. Scende allora a Giovi per la prima volta con la foto dello zio e alcuni anziani vi riconoscono nella foto proprio il giovane “ignoto” ucciso dai fascisti. Per avere la certezza, però, serve la prova ufficiale del test del Dna. Nel mese di settembre del 2017, dopo la comparazione dei campioni, arriva la conferma che i resti dell’ignoto sono quelli di Pierino. Una volta scoperta la vera identità dello sconosciuto, è stata proprio Lilia a insistere con la nipote che Pierino tornasse a casa, vicino ai suoi cari, nel suo paese. Nella stazione di Giovi, nel frattempo, è stata posta una lapide che ricorderà per sempre il suo tragico destino.

Daniela Catalano

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