Tutto il bene che può fare un sorriso

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Era la Pasqua del 2002 quando Angela Fagioli morì, lasciando in eredità a chi l’ha conosciuta la capacità di trasformare la sofferenza in dono. La sua storia, adesso, è racchiusa in un libro

Sulla copertina campeggia la foto di una signora dal sorriso irresistibile, solare: è quello di Angela Fagioli, donna che ha sofferto e lottato contro i limiti umani che rendono a volte ardua l’esistenza di chi convive con una disabilità o una malattia.

“Il sorriso di Angela”, scritto a quattro mani da Rosanna Fagioli (la sorella) e Paolo Rovati, edito per i tipi di Edizioni CVS, è un’agile pubblicazione dove sono racchiusi i ricordi di chi l’ha conosciuta personalmente e ha voluto testimoniare la sua forza e la sua fede.

La vicenda umana e spirituale della Fagioli scorre parallela a quella del Centro Volontari della Sofferenza (CVS), benemerita istituzione sgorgata dall’animo buono e lungimirante del beato mons. Luigi Novarese, sacerdote originario di Casale Monferrato. Il CVS, fondato nel 1947, è un’associazione di persone ammalate e sane che riconoscono nella sequela di Cristo crocifisso e risorto la possibilità di vivere l’esperienza della sofferenza senza soccombere allo scoraggiamento e alla delusione, nel servizio di un reciproco scambio di doni. Ogni iscritto, infatti, condivide la pienezza di senso e di valore della propria esistenza, in ogni suo momento e manifestazione, di forza o di debolezza, di serenità o di dolore, esprimendo l’unica gioia delle Beatitudini evangeliche. La metodologia pastorale del CVS realizza una “presenza che accompagna” che il fondatore don Luigi sintetizzò con le parole: “l’ammalato per mezzo dell’ammalato con l’aiuto del fratello sano”.

E Angela Fagioli nel CVS diocesano ha donato la parte migliore di sé, mettendo a frutto i suoi talenti più grandi, in una testimonianza che ancora oggi – da quel 31 marzo 2002, Pasqua di risurrezione quando il Signore la chiamo a sé – continua ad essere luce ed esempio da seguire.

Accanto a lei, in cielo, il mai dimenticato don Valentino Arpesella, parroco di Pietra de’ Giorgi, un altro che di sorrisi se ne intendeva. Il suo volto, sempre solare e buono, diceva di un amore per il Signore e per i fratelli grande e gratuito. I due collaborarono a lungo, in un’elargizione a piene mani ai più sofferenti dell’abbraccio di serenità e di condivisione che viene solo dall’avere il Signore con sé.

Non è facile la vita di Angela. Da subito. È la secondogenita di papà Angelo e mamma Teresa Machieraldo. Nasce il 19 marzo 1937. Per diciotto mesi tutto procede senza intoppi, fino al vaccino contro il vaiolo. È in quei giorni che la colpisce la poliomielite, mentre manifesta una forte reazione febbrile all’antivaiolosa. Rimane completamente paralizzata, ma supera la febbre. La madre non si dà per vinta e inizia così un autentico peregrinare in diversi ospedali, con la speranza di un recupero. Intanto scoppia la seconda guerra mondiale e il padre Angelo sceglie di andare in Germania a lavorare, anziché essere arruolato. In quegli anni Angela viene accolta da un medico a Voghera, precursore delle cure fisioterapiche, che riesce a metterla in piedi. Intanto il padre ritorna e Angela inizia a frequentare la scuola a Barbianello. Su consiglio di alcuni dottori, la ragazzina viene ricoverata all’istituto “Santa Corona” di Pietra Ligure, famoso ospedale ortopedico. Seguono quattro anni difficili, segnati da interventi impegnativi alle ginocchia, alle anche, alle caviglie, con lunghi periodi di ingessatura e successiva riabilitazione.

Ed è in questo contesto che nel 1962 Angela viene a contatto con la realtà del Centro Volontari della Sofferenza e ne rimane profondamente colpita, folgorata. Qui si rafforza la sua vocazione d’amore per gli ammalati.

Segue un altro ricovero di due anni con altri due interventi e la tubercolosi intestinale ad aggravare ulteriormente la situazione. Una volta dimessa, si dedica allo studio e consegue il diploma di computista commerciale. A Barbianello viene chiamata a sostituire in Comune la sorella Rosanna incinta e decide di partecipare ad alcuni concorsi per la Pubblica amministrazione. In qualità di invalida civile aveva diritto alla pensione, ma rifiutò e venne assegnata all’Ufficio Iva di Pavia e poi all’Ufficio del Registro di Stradella. Chi non la ricorda sfrecciare per le strade dell’Oltrepò con la sua auto, una Daf adattata con i comandi a mano, non potendo usare le gambe?

Si tratta di un periodo della vita di Angela tranquillo, durante il quale, oltre al lavoro, si può dedicare al CVS della diocesi di Tortona. Sono i tempi in cui organizza incontri mensili a Voghera, anni di dialoghi intensi con tanti ammalati, di visite alle case di riposo, della tradizionale Pasqua dell’Ammalato al santuario di Fumo. Senza tralasciare l’impegno in parrocchia, a Barbianello, nella corale e in oratorio.

Nel 1981 ricompare la Tbc, con un serio interessamento dei linfonodi. Riesce a superare anche questa prova, continuando la sua missione al Centro e al lavoro, dove tutti rimangono colpiti dal suo essere sempre sorridente e disponibile nei confronti degli altri.

Nel 1996 si frattura una caviglia. Paolo Rovati, autore del libro e medico, la opera a Stradella.

La diagnosi è carcinoma infiltrante. Anche questa prova viene superata, fino al 1999 quando la malattia ricompare nella sua forma più aggressiva: metastasi cerebrali.

Negli ultimi giorni della sua vita il pensiero di Angela è sempre al CVS, per il quale offre le proprie sofferenze, e a don Valentino che la precederà di poco nell’incontro con il Signore, alla mamma Teresa e alla sorella Rosanna.

Si riesce solo a metterla sulla carrozzina per portarla a prendere una boccata d’aria.

In questo breve peregrinare, il suo sguardo si pone su una siepe di glicine.

«Fra qualche giorno la fotograferemo».

Il 31 marzo, Pasqua di risurrezione, il Signore chiama Angela. Il giorno dopo il suo funerale il glicine è completamente fiorito.

Marco Rezzani

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