Quando la donazione non può fare tutto da sola

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Anche nel campo della filantropia è necessario adeguare organizzazione metodi e procedure all’importanza dei problemi da affrontare

Di Luigi Maruzzi

È del 18 gennaio 2026 la notizia in base alla quale Peter Higgs, vincitore del premio Nobel 2013 per aver scoperto la “particella di Dio” (poi denominata “il bosone di Higgs”), avrebbe lasciato apposite disposizioni testamentarie affinché circa 200.000 sterline inglesi (corrispondenti a 230.000 euro) venissero destinate a enti come Oxfam, Medicins sans frontieres, Save the Children e Amnesty International. Un’informazione di grande significato e, senza dubbio, meritevole di essere rilanciata come gesto da imitare, specialmente in un periodo di attacchi ricorrenti alla reputazione degli enti nonprofit di stampo caritatevole, umanitario e non solo. Eppure, ciò che mi ha impressionato in misura maggiore risale, in realtà, allo scorso mese di dicembre, quando cioè si è pubblicamente appreso che MacKenzie Scott (ex moglie di Jeff Bezos) aveva annunciato i dati consuntivi della sua attività filantropica: nel solo 2025 l’ammontare complessivo delle donazioni aveva raggiunto i 7,2 miliardi di dollari, destinati a circa 200 realtà nonprofit (fonte: Forbes). Per quanto possa sembrare apparentemente intuitivo, riesce difficile farsi un’idea concreta del potenziale di beneficenza associabile a cifre che viaggiano su grandezze miliardarie. In questo caso, per fare un confronto con una realtà a noi più vicina potrebbe essere utile sapere che – secondo uno studio di VITA – i filantropi italiani garantiscono ormai un movimento annuale che si aggira sui 2 miliardi di euro (fonte: Vita magazine, ottobre 2025, “Nella testa dei filantropi italiani”). Verrebbe da dire “Paese che vai, filantropia che trovi”, perché è evidente che sussistono differenze sostanziali tra i vari modi di intervenire sulle problematiche sociali, ambientali, scientifiche e culturali di un Paese. A mio avviso, però, non vale la pena di soffermarsi troppo sulle differenze di ordine quantitativo, perché dopotutto non c’è alcun campionato da vincere. Quello che cambia fra gli schemi osservabili a livello dei vari Paesi interessati e che rende unica una donazione rispetto a un’altra è il suo background, cioè le caratteri- stiche che permettono alla pianta dell’erogazione di crescere e che possiamo sinteticamente indicare in studio del problema (inteso anche come ascolto e coinvolgimento diretto della popolazione target), metodo di esame dei progetti candidati, selezione (ex ante) delle iniziative da sostenere, monitoraggio delle azioni finanziate, valutazione ex post dei risultati raggiunti. Un insieme di attività che alcuni soggetti hanno scelto di mettere in piedi, dedicando una parte non trascurabile della loro esperienza, con apporto di veri e propri investimenti. Nei casi a mio avviso più virtuosi si assiste allo sviluppo di organismi che arrivano a svolgere un ruolo guida per altri operatori omologhi, fino a diventare un’effettiva “Agenzia di servizi filantropici”. L’ampliamento della platea dei soggetti per i quali fungere da “leading organization” permette di capitalizzare conoscenze nuove, sperimentare metodi nuovi e mettere alla prova la propria capacità di affrontare talune sfide sociali che diversamente non sarebbe neppure immaginabile come scenario. La complessità dei problemi di cui si occupa il settore filantropico, e il rischio (sempre incombente) di rendere inefficace l’intervento degli enti filantropici per effetto dell’estrema frammentazione con cui vengono raccolte e gestite le donazioni, fanno sì che si possa guardare con favore alla concentrazione delle risorse in capo a organizzazioni adeguatamente strutturate e “committed”, cioè fortemente coinvolte nella ricerca di soluzioni efficaci (e sostenibili), con pronunciata inclinazione a intercettare anche l’innovazione. Recentemente Fondazione Cariplo si è fatta promotrice di un incontro-laboratorio che ha messo in contatto e dialogo un gruppo rappresentativo di enti non profit, impegnati nel settore ambientale, con una selezione di giovani e giovanissimi che – guidati da un soggetto esterno incaricato di fungere da “facilitatore” – hanno accettato di parlare del loro mondo. Ne è venuta fuori una fotografia abbastanza sorprendente, perché i giovani partecipanti hanno offerto un’immagine di generazione culturalmente matura sotto molti punti di vista e senza minimamente risparmiarsi, hanno cercato di far capire che una delle loro preoccupazioni (forse la più rilevante) è legata alla estrema difficoltà di realizzare i propri ideali in modo sostenibile, cioè con un accettabile equilibrio tra componenti fortemente impattanti nella conduzione della vita day by day, quali dimensione lavorativa, possesso dell’abitazione e livello retributivo. Basterebbe questo per vietare l’uso di paradigmi superati come quello che vede i giovani come persone apatiche, anaffettive, eternamente dibattute tra evasione e “divanismo”. Le tematiche che ho abbozzato in queste righe necessiterebbero di essere sviscerate sotto molte altre prospettive. Ma se solo potessi fare leva su un minimo di credibilità, direi ai gentili lettori: «Fidatevi, quello del filantropo non è un mestiere facile da svolgere». Soprattutto quando si sceglie di affrontare un problema serio, a cui dedicare i propri sforzi con metodo organizzazione ed entusiasmo. E quello del destino che aspetta un’intera generazione sembra possedere tutti i crismi per essere considerato tale.

luigiginomaruzzi [at] gmail.com

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