Quando Fausto Coppi si fermava per un saluto

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Il ciclista del Popolo è tornato. E stavolta non è solo: ha incontrato il Campionissimo, gli ha prestato un “palmer” e gli ha registrato il cambio. Poi si è messo sulla sua scia lungo la strada che sale per Castellania

di Fabio Cavagnini

Fausto Coppi, durante gli allenamenti, si fermava a volte per un saluto davanti a quello che sarebbe stato in futuro il mio negozio, accolto dalle urla del titolare, ma io a quei tempi non ero ancora nato. Nello stesso luogo, l’ho conosciuto attraverso i racconti di vecchi corridori bronesi, che parteciparono a una delle sue prime gare in Valle Staffora, quando era ancora lontano da diventare il Campionissimo. Nell’ambiente si parlava di lui come una promessa, ma quando lo videro commentarono tra loro: «L’è trop màgar, al po no andà fort!». Staccò tutti alla prima salita impegnativa e lo ritrovarono quando aveva tagliato già il traguardo.

Poi, l’altra sera, un po’ per caso l’ho incontrato. Complice un libro, regalo di un amico, un’occhiata ad alcune vecchie foto appese alla parete e soprattutto il sonno, che mi prende troppo presto quando leggo la sera sul divano. Mi ha chiesto se avevo un “palmer” di scorta da prestargli, se potevo registrargli il cambio e dove si era mai nascosto Maggi. Non era comunque la prima volta che me lo vedevo lì davanti. Era già successo in un giorno d’estate, sulla strada per Castellania. L’uscita in bicicletta al suo paese natale è una tappa quasi obbligata per gli appassionati locali di ciclismo. Una specie di pellegrinaggio laico. Dalla mia casa di Broni, si arriva con una pedalata di circa sessanta chilometri, in buona parte caratterizzati dalla monotonia dello stradone, tanto che a un certo punto del percorso mi sono chiesto se vale proprio la pena andarci. Dopo qualcosa cambia. Imboccata l’ultima salita, sui muri, ai lati della strada, compaiono gigantografie che ritraggono il Campionissimo in vari momenti della sua carriera. Abbasso lo sguardo e sull’asfalto sono scritte le sue grandi imprese, i suoi trionfi, che scorrono come i titoli di coda. Sembrano infinite e danno un senso di vertigine. Rialzo gli occhi e mi sembra di vederlo. È lì che mi precede tra due ali di folla che, applaudendo, si apre a concedergli il passaggio. Si volta per un attimo e il suo sorriso triste si vela d’ironia, a commentare la mia pochezza atletica, mentre arranco, cercando di seguire lui che vola su leggero, quasi non sentisse la fatica.

Mi sono fermato a cercarlo tra i ricordi esposti al mausoleo e nei pressi della vecchia casa, ma l’Airone non è lì, è passato, è andato oltre. Ti sembra di riavvertirne la presenza soltanto percorrendo quelle vie, tra la pace dei colli tortonesi, contemplando l’orizzonte che fu il suo, con le gambe che cominciano a far male, ma non ti puoi fermare, perché è ancora lunga la strada che hai da fare.

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