Silvia Malaspina

Meno di un iPhone

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Dal tormentato Afghanistan giungono notizie raccapriccianti: la popolazione è sempre più povera, stremata da anni di economia precaria, definitivamente affossata da quando i talebani hanno preso il potere lo scorso 15 agosto. La sopravvivenza di molte famiglie, complici anche le brutali temperature dell’inverno alle porte, è legata a un filo: gli aiuti internazionali sono in via di esaurimento e tantissime persone non sono in grado di permettersi beni di prima necessità.

Le condizioni di estrema indigenza hanno portato molti genitori a un gesto drammaticamente disperato: la vendita dei propri figli, al fine di poter offrire loro una chance di sopravvivenza. Come sempre accade nei conflitti, sono i più deboli a pagare il prezzo più alto: nel caso dell’Afghanistan risulta che molte bambine, anche in tenera età, siano state vendute. Le agenzie di stampa riportano notizie agghiaccianti, come quella che riguarda Parwana Malik, una bambina di 9 anni che è stata venduta a uno sconosciuto come sposa bambina. L’uomo ha 55 anni e il padre di Parwana teme che la picchierà e la costringerà a lavorare come schiava in casa sua, ma dichiara di non avere scelta.

La giornalista Yogita Limaye ha raccontato la vicenda, che sta facendo il giro del mondo, di una bimba di pochi mesi venduta dalla famiglia per far sì che gli altri tre figli piccoli non muoiano di fame. I genitori hanno accettato il prezzo di 500 dollari, di cui 250 sono stati già pagati in anticipo mentre il resto verrà versato quando la bambina sarà in grado di camminare. La piccola verrà presa daun uomo che ha promesso di darla in sposa a suo figlio, anche se non si ha la certezza che questa sia la verità.

E come commentare il gesto di dilaniante amore della madre che innalza il figlio oltre il filo spinato per affidarlo alle truppe americane all’aeroporto di Kabul? Possiamo immaginare qualcosa di più straziante?

Come donne, madri, figlie non percepiamo una coltellata al cuore, quando pensiamo come tutto questo non stia accadendo a noi solo in virtù del fatto che abbiamo avuto la fortuna di nascere e crescere nella parte “giusta” del mondo?

Quando vediamo le nostre figlie che smanettano su un iPhone, non ci sovviene che in Afghanistan la vita di una neonata vale meno del prezzo di mercato di questo cellulare?

Pare che all’Occidente civilizzato e progressista tutto ciò non importi e ben poco possiamo fare noi singoli, ma è in nostro potere ricordare alle giovani donne, che hanno più futuro davanti a sé rispetto a noi, di non sottovalutare la tragedia, di essere consapevoli di vivere in un tempo che viaggia a due velocità, di non smettere mai di indignarsi e di non assuefarsi all’atrocità.

silviamalaspina@libero.it

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