L’ecumenismo nella Chiesa Valdo-Metodista

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Intervista a p. Gregorio Plescan, pastore ad Alessandria, Bassignana e S. Marzano Oliveto

ALESSANDRIA – Quest’anno, nell’ambito della Settimana di preghiera, abbiamo rivolto alcune domande a padre Gregorio Plescan, pastore della Chiesa Valdo-Metodista di Alessandria che prenderà parte alla preghiera dei Vespri presieduta dal vescovo Mons. Guido Marini il 24 gennaio.

Quali sono le caratteristiche e le priorità pastorali della Chiesa Valdo-Metodista?

«Nel 1975 la Chiesa evangelica valdese e la Chiesa evangelica metodista italiana, entrambe chiese protestanti, si sono unite in un patto di integrazione per quale vi è un totale riconoscimento dei membri e dei ministri, pur mantenendo vive le radici storiche di ciascuna. La Chiesa valdese è diretta di- scendente dell’eresia valdese della fine del 1100, che sottolineava l’importanza della povertà, della non violenza e della libertà di predicazione per gli uomini e le donne laiche. I valdesi ebbero una notevole diffusione durante il medioevo e nel ’500 aderirono alla Riforma, seguendo l’approccio calvinista. Nei terribili secoli del ’500 e del ’600 i valdesi erano concentrati in Cala- bria, Piemonte e Provenza. Dopo lo sterminio dei gruppi calabresi e francesi sopravvissero, come chiesa strutturata, solo nel pinerolese fino al 1848, quando lo Statuto Albertino concesse a loro e agli Ebrei il diritto a essere tollerati. Il metodismo nasce invece nell’Inghilterra dei primi del ’700 dalla chiesa Anglicana ed è un tentativo di risposta cristiana ai drammi della rivoluzione industriale, fondata sull’afabetizzazione delle classi più disagiate e la collaborazione tra donne e uomini cristiani nella lotta a piaghe sociali come la prostituzione, il gioco d’azzardo e l’alcoolismo».

Qual è il ruolo della Chiesa Valdo-Metodista nel cammino dell’unità dei cristiani?

«Sia la Chiesa valdese sia quella metodista sono fortemente coinvolte nel dialogo ecumenico e sono membri fondatori del Consiglio ecumenico delle chiese. In diverse città italiane partecipano ai consigli locali delle chiese cristiane. Dal punto di vista pastorale l’apertura ecumenica è fondamentale: la partecipazione alla Cena del Si- gnore è aperta a tutte le persone che si confessano cristiane. Chi condivide la fede in Gesù Cristo Signore e Salvatore è già unito, per cui quando celebriamo la comunione riteniamo importante invitare sempre chiunque a prendervi parte condividendo pane e vino. Questa mensa è di Gesù, è lui che ci invita, e nessuno può anteporre a questo invito questioni di genere o di stato civile. Naturalmente non è sempre facile immaginare il dialogo ecumenico là dove i numeri sono molto squilibrati: nell’alessandrino i membri della Chiesa metodista sono una quarantina, ma nonostante questo è possibile immaginare progetti condivisi.

A livello nazionale le nostre chiese collaborano e sostengono finanziariamente, con l’8xmille, insieme alla comunità cattolica di Sant’Egidio, i “corridoi umanitari”, che per- mettono a persone provenienti da Africa ed Asia di entrare in Europa in modo legale e sicuro attraverso l’Italia».

Quali sono i vostri obiettivi e le vostre speranze per questo cammino?

«Non è facile rispondere a questa domanda, perché purtroppo tra chiese non si parla sempre lo stesso identico linguaggio: spesso le medesime parole (pensiamo a Sinodo o a concistoro) non hanno lo stesso significato.

Rimangono effettivamente delle differenze, sia sotto il punto di vista organizzativo, sia di pratica quotidiana. Noi accettiamo l’idea di gerarchia quando si tratta di assemblee: una singola persona non ha mai realmente la competenza per decidere da sola, mentre la comunione di rappresentanti delle diverse chiese ha questa autorevolezza. Un altro nodo riguarda il rapporto con la Scrittura: le parole dell’apostolo Paolo ai Galati sul fatto che “non c’è più uomo né donna” vanno prese sul serio e la metà dell’umanità credente (la più presente nella quotidianità) non può essere esclusa dalla pienezza dei ministeri solo perché anatomicamente diversa dall’altra. Il fatto che alcuni sostengano i pregiudizi di genere invece di affrontarli e superarli è effettivamente un problema».

Come si svolge il suo ruolo di pastore e come è strutturata la sua comunità?

«Sono nato a Milano nel 1960 e sono stato consacrato pastore nel 1989. Nel corso di questi anni sono stato pastore a Prali (To), Ivrea, Venezia e Bobbio Pellice (To); dal 2022 sono pastore ad Alessandria, Bassignana e S. Marzano Oliveto (AT).

Tre chiese numericamente piccole, ma molto vivaci: in ogni comunità celebriamo tutte le domeniche il culto, abbiamo lo studio biblico ogni due settimane, una piccola scuola domenicale per i più piccoli. Siamo spesso coinvolti in iniziative di carattere sociale e in dialogo con la società civile (l’ANPI) e in ambito ecumenico».

Daniela Catalano

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