Il viaggio apostolico del Papa in Thailandia e in Giappone è già entrato nella storia

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«Avere e usare armi atomiche è immorale»

La Thailandia è stata la prima tappa del 32° viaggio apostolico di Papa Francesco, iniziato il 19 e concluso il 26 novembre

Quando il Papa arriva, primo successore di Pietro a visitare la Thailandia 35 anni dopo Giovanni Paolo II, lo stadio nazionale di Bangkok non riesce a contenere la folla. Di fronte a oltre 65 mila persone, accolto da una coreografia di danze tradizionali in cui spiccano il giallo oro, colore del sacro, e il rosso, colore della festa, il suo primo pensiero va a quei «bambini, bambine e donne esposti alla prostituzione e alla tratta, sfigurati nella loro dignità più autentica». E la parola tratta è presente trasversalmente a tutto il viaggio tra il «popolo del sorriso», come lo definisce Francesco: «Porre fine» al «flagello» della tratta e alle «tante schiavitù che persistono ai nostri giorni», l’appello dalla Chulalongkorn University di Bangkok, la più antica del Paese, dove ha incontrato i leader cristiani e delle altre religioni. Nel ricapitolare la storia del Paese, 350 anni dopo l’arrivo del cristianesimo in Thailandia, il Papa mette in primo piano l’azione dei missionari.

Thailandia, terra multiculturale capace di «costruire l’armonia e la coesistenza pacifica tra i suoi numerosi gruppi etnici», il ritratto contenuto nel primo discorso al «popolo del sorriso», indirizzato alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico. «Desidero assicurare personalmente tutti gli sforzi della piccola ma vivace comunità cattolica – le parole rivolte ai cattolici, che rappresentano lo 0.59% della popolazione, per il 95% buddista – per mantenere e promuovere le caratteristiche tanto peculiari dei Thai, evocate nel vostro inno nazionale: pacifici e affettuosi, ma non codardi; e col fermo proposito di affrontare tutto ciò che ignori il grido di tanti nostri fratelli e sorelle, i quali anelano ad essere liberati dal giogo della povertà, della violenza e dell’ingiustizia». «Quando abbiamo l’opportunità di riconoscerci e di apprezzarci, anche nelle nostre differenze, offriamo al mondo una parola di speranza capace di incoraggiare e sostenere quanti si trovano sempre maggiormente danneggiati dalla divisione». È il saluto del Papa al Patriarca supremo dei buddisti, Somdet Phra Ariyavongsagatanana IX, che entra insieme a lui nel Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram Temple. «Offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti, contribuire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato», sono i compiti affidati dal Santo Padre ai leader cristiani e di altre religioni, incontrati alla Chulalongkom University di Bangkok ed esortati a lavorare insieme per progetti concreti.

Papa in Giappone

Dal 23 al 26 novembre la seconda parte del viaggio ha avuto come meta il Giappone: Hiroshima, Nagasaki, Tokyo. Tre città e un unico grande appello a favore della pace e del disarmo. Incontrando il piccolo gregge giapponese, il Papa ha lanciato un appello insistente a ripudiare l’uso delle armi nucleari per non compromettere una volta per sempre il futuro del pianeta.

«L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune», le parole pronunciate a Hiroshima, il luogo dove 74 anni fa è stata sganciata la bomba atomica, che hanno fatto eco al messaggio letto a Nagasaki.  «L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, così come è immorale il possesso delle armi atomiche», ha tuonato Francesco nell’incontro per la pace nell’omonimo Memoriale, dove si è raccolto in preghiera silenziosa per dieci minuti, circondato dall’elegante compostezza tipica del popolo nipponico. «La vera pace può essere solo una pace disarmata», la tesi di Bergoglio: «Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo», l’appello finale.

Già dal suo primo discorso, rivolto ai vescovi del Giappone, il Papa ha fatto riferimento al momento culminante del viaggio. Incontrando a Tokyo le vittime del triplice disastro del 2011, oltre al terremoto e allo tsunami Bergoglio ha ricordato l’incidente nucleare di Daiichi a Fukushima e le sue conseguenze, esprimendo ancora una volta la sua «preoccupazione per il prolungarsi dell’uso dell’energia nucleare». Alle autorità il Papa ha lanciato un nuovo appello per la pace e il disarmo: «mai più, nella storia dell’umanità, si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki».

Il riferimento alla tragedia dell’atomica è stato l’incipit anche della messa celebrata nello stadio del baseball a Nagasaki, culla del cristianesimo giapponese sfigurata dalla bomba sganciata dal bombardiere Enola Gay il 9 agosto del 1945, ma nello tesso tempo illuminata dall’esempio di resilienza fino al martirio di San Paolo Miki – il primo religioso cattolico giapponese, presente in quasi tutti i discorsi del Papa – e dei tanti «cristiani nascosti» hanno tenacemente resistito alle persecuzioni. Alla Bellesalle Hanzomon di Tokyo ha abbracciato le vittime del «triplice disastro», il sisma di magnitudo 9 che generò poi il successivo tsunami e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima nel marzo 2011. «Uno dei mali che più ci colpiscono sta nella cultura dell’indifferenza», la tesi del Papa, che anche nel suo discorso di commiato dal Giappone, alla Sophia University, ha esortato a costruire un ateneo inclusivo, capace di «camminare con i poveri e gli emarginati del nostro mondo».

Michela Nicolais

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