Il trittico dell’Insigne Collegiata di Casei Gerola

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Dalla conferenza di domenica 13 ottobre 2019, dal titolo “Perché anonimi leonardeschi?”, tenuta a Tortona, fino alla presentazione a Dubai, all’ESA (Expo Science Asia) delle scorse settimane, di strada ne è stata fatta parecchia, nonostante la pandemia

Un felice progetto di alternanza scuola-lavoro riuscito alla grande, con una serie di indagini diagnostiche alla scoperta di indizi interessanti per la datazione e l’attribuzione su due dipinti di scuola leonardesca: la pala della Natività di Santa Maria Canale a Tortona e il trittico di San Martino, San Rocco e San Gerolamo nell’Insigne Collegiata di Casei Gerola. Protagonisti dell’impresa sono Matteo Stalletti, neodiplomato all’Istituto “Marconi”, il restauratore Vincenzo Basiglio e Maurizio Aceto dell’Università di Alessandria.

Il capolavoro pittorico rinascimentale dell’Oltrepò pavese

Il trittico di San Martino a Casei Gerola, posto a sinistra del presbiterio dell’Insigne Collegiata, sopra alla porta che dà accesso alla Cappella Bottigella, è tradizionalmente attribuito a Cesare da Sesto. Più che di “trittico” si dovrebbe parlare di “polittico”, perché è evidente che le tre tavole oggi conservate sono ciò che resta di un’opera più ampia. Si nota, infatti, immediatamente che le due figure “minori”, poste ai lati di San Martino, cioè San Rocco e San Girolamo, hanno entrambe lo sguardo rivolto dalla medesima parte, cosicché San Girolamo attualmente volge le spalle a San Martino; inoltre San Girolamo è rappresentato in uno scenario aereo, attorniato da nubi, mentre le altre due figure sono collocate dentro paesaggi suggestivi e curati nei minimi particolari, secondo una caratteristica ricorrente nella pittura leonardesca. Tutto questo fa dedurre che le tre tavole appartenessero in origine a un impianto pittorico più ampio, di cui mancano almeno due tavole, con altrettanti Santi, uno in paesaggio terrestre e uno in ambientazione aerea, speculari a San Rocco e a San Girolamo. Nonostante questa menomazione, i tre dipinti superstiti costituiscono a pieno titolo il capolavoro pittorico rinascimentale dell’Oltrepò Pavese, non ancora pienamente conosciuto e valorizzato, nonostante una serie di restauri compiuti negli ultimi cinquant’anni.

Chi era Cesare da Sesto?

Cesare, figlio di Giacomo, nacque a Sesto Calende nel 1477 e morì a Milano nel 1523. Si formò come pittore nella bottega di Leonardo, di cui può essere considerato uno dei migliori continuatori; del maestro assimilò i mezzi espressivi e lo stile che diffuse anche in aree mai toccate da Leonardo, come il Sud Italia.

Nel 1508 è documentato a Roma, dove ottenne delle commesse da Giulio II in quegli stessi ambienti in cui erano all’opera Raffaello, Lotto, Sodoma, Peruzzi, ma anche Michelangelo, Perugino, Bramantino, cioè nel crogiuolo della “maniera moderna”, dove arricchì il linguaggio leonardesco con riprese dall’arte classica e da Raffaello. Dopo felici stagioni pittoriche a Napoli, Cava dei Tirreni e Messina, Cesare rientrò a Milano e iniziò a dipingere il Polittico di San Rocco, oggi alla pinacoteca del Castello Sforzesco; quest’opera venne fin da subito acclamata per aver riunito in un solo dipinto lo stile di Leonardo e di Raffaello. Pur essendo incompiuta, per la prematura morte del pittore, resta la sintesi sublime di un grande pennello rinascimentale, ingiustamente collocato tra i “minori”. Proprio quest’ultima opera di Cesare da Sesto presenta molte analogie con il trittico di Casei Gerola, che le analisi compiute tra il 2019 e il 2020 hanno ulteriormente evidenziato.

Interventi diagnostici sulle tavole

Le analisi compiute comprendono tecniche di primo livello non invasive, come spettrofotometria UV-visibile in riflettanza diffusa (FORS) e riflettografia, che sono di fondamentale importanza per una prima valutazione dei colori della tavolozza dell’autore e preludono a una successiva ricerca con tecniche più sofisticate, che dovrebbero essere oggetto della seconda fase delle analisi in programma nei prossimi mesi.

La riflettografia infrarossa (IR) è una tecnica ottica non invasiva per l’esame di superfici dipinte, e in particolare di dipinti antichi su tavola o tela, basata sulla registrazione di immagini nell’infrarosso, dette riflettogrammi, aventi l’aspetto di fotografie in bianco e nero, da cui è possibile interpretare il disegno sottogiacente realizzato dall’autore sullo strato preparatorio dell’opera, che in alcuni casi può anche essere assente.

Ciò avviene per via della parziale trasparenza dello strato pittorico alla radiazione nell’infrarosso.

I restauratori fanno uso di questo tipo di indagine, che risulta quindi fondamentale per ottenere informazioni sulla tecnica dell’autore e sul mezzo grafico impiegato per il disegno. Altre importanti informazioni riguardano i punti di restauro, scritte, firme e date sottostanti in origine allo strato pittorico, oppure coperte da operazioni di restauro precedenti. In altre occasioni sono state registrate notevoli variazioni nella composizione dell’opera rispetto alla versione finale, oppure pentimenti dell’autore, come nella tavola di San Girolamo, e addirittura schizzi di soggetti che non avevano alcuna pertinenza con l’opera.

Inoltre le fotografie a macroingrandimenti hanno messo in risalto elementi caratterizzanti il modo di dipingere di Cesare, rilevando nel trittico di Casei le influenze raffaellesche che segnarono l’ultima stagione del maestro lombardo. Infine le analisi chimiche dei pigmenti confermano la presenza di “nobili” materiali pittorici, quali il cinabro, l’azzurrite e la malachite, pigmenti tutti accessibili nella piazza del mercato di Milano del primo Cinquecento, ma riservati alle possibilità economiche di committenze altolocate e all’utilizzo da parte di artisti di provata fama.

Ulteriori indagini diagnostiche, in programma nei prossimi mesi, potranno aiutare a giungere alla conferma della tradizionale attribuzione del capolavoro casellese al grande discepolo di Leonardo.

Don Maurizio Ceriani

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