«Il nostro passaggio in India»

Visualizzazioni: 689

Siamo Agnese e Gaia, due ragazze di 17 anni, studentesse del liceo “Amaldi”, cresciute nella Parrocchia di S. Antonio di Novi (in cui operano i Padri Giuseppini) dove da alcuni anni siamo anche animatrici dell’Oratorio. Vogliamo raccontarvi il nostro personale “Passaggio in India”, un’esperienza straordinaria ed estremamente coinvolgente che abbiamo fortemente voluto fare e che abbiamo vissuto a Calcutta all’inizio del 2020.

Siamo partite il 2 gennaio. Da sempre le nostre famiglie ci hanno sensibilizzato su situazioni e realtà diverse dalle nostre ma non ci bastava più conoscerle per via indiretta. Volevamo viverle, toccarle, capire che aiuto concreto si potesse dare, metterci in gioco. E così è stato.

Kolkata – come è stata ribattezzata nel 2001 –, 15 milioni di abitanti, è una città che scuote. Una città di tante impressioni: alcune forti, urlate sopra il traffico che non conosce riposo. Altre silenziose, delicate, difficili da ascoltare e comprendere. A Calcutta per strada si fa di tutto: si cucina, ci si lava, si estraggono denti, si tagliano barba e unghie, si lavora…

Ci sono state dette tante cose prima di partire: che sarebbe stata dura, che sarebbe stato difficile reggere la diversità culturale, lo sporco, il traffico, la povertà. I primi giorni si cerca effettivamente rifugio contro il rumore, la povertà incomprensibile che si vive per strada, i topi, i cani randagi. Poi si comincia a guardare oltre e si inizia a riconoscere la voce del muezzin, il suono dei campanelli, dei sonagli, degli strumenti. Inizi ad affezionarti alle stradine strette, ai palazzi coloniali dai colori sgretolati, ai venditori. Piano piano, oltre l’apparenza, oltre i pregiudizi, oltre l’inquinamento, oltre gli ultimi degli ultimi che vivono all’aperto, si scopre, anzi si sente, la sua vera essenza, quella che le ha dato il soprannome di “città della gioia”.

Calcutta è un insieme di povertà, gioia, rivincita, voglia di vivere. Nonostante tutto.

Alle 5 del mattino raggiungevamo a piedi la Mother House, la Casa Madre delle Missionarie della Carità, dove riposa Madre Teresa. È difficile spiegare cosa si prova a entrare nel posto dove ha vissuto, dove ha iniziato tutto. È un luogo di pace e calma, in contrasto con quello che c’è fuori: l’emozione e l’affetto sono palpabili. La santa messa con le suore avvolte nei loro sari bianchi con i bordi azzurri diventa un momento molto bello e toccante, con tutti i volontari provenienti da tutte le parti del mondo. Si faceva tutti insieme la colazione, una banana e una fetta di pane, uniti dallo sperimentare la forza dell’accoglienza e della condivisione.

Ci sono diverse case in città fondate da Madre Teresa: una per gli anziani, una per i lebbrosi, una per donne sole e malate, una per i moribondi e tre orfanotrofi. Noi abbiamo lavorato a Daya Dan con bambini dai 3 ai 14 anni affetti da gravi forme di handicap. Si iniziava con il disinfettare i letti e lavare i pavimenti, per poi passare alla lavanderia, una grande terrazza dove si lavava tutto a mano in grosse vasche. E poi il tempo di giochi con i bambini seguiti da fisioterapisti e medici volontari, il tempo di dar loro da mangiare con infinita pazienza. E ogni giorno la voglia di mettersi alla prova con quelli più difficili. Bambini che hanno tutti lo stesso odore. Né buono né cattivo. Odore di disinfettante, come se nessuna mamma potesse più riconoscerli. Ma che a te in un attimo sembra di conoscerli da sempre.

E come si torna a casa? In un momento storico come questo, segnato dalla paura delle diversità e dalla tentazione di chiusura, torni con uno sguardo nuovo sul mondo e desideri spenderlo anche con un impegno concreto qui in Italia. È stata la molla che ci ha fatto guardare e imparare ad amare quello che ci è stato donato, senza darlo per scontato. Abbiamo capito tante cose di noi stesse e ridisegnato sogni e aspirazioni. Si può, si deve far bene con tutti e in tutti i luoghi, cambiando il mondo da dove si è. Non importa nemmeno quanti frutti darà il tuo sforzo, non adesso. Il granello di senape diventerà albero ma, forse, non è ancora il momento. Quello che importa è l’amore e la passione con cui si fanno le cose. Un grazie di cuore al nostro amico padre Johnson, vice parroco della Parrocchia S. Antonio di Novi, che è stato la nostra guida in questa esperienza speciale e che ci continua a seguire tutto l’anno nel Gruppo Giovani della Parrocchia.

Agnese Sbuttoni e Gaia Bricola

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *