Un vino “di pace” nato dalla tenacia di un gruppo di sognatori

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Le eccellenze del territorio. Il Buttafuoco Storico ha compiuto 30 anni. Prodotto in Oltrepò da 18 viticoltori, che lavorano 20 vigne in 7 Comuni, è diventato un cult, simbolo di una filiera che oggi vale 1 milione e mezzo di euro

DI MARCO REZZANI

Un vino fermo in una terra di vini mossi, un vino di lungo invecchiamento, un vino secco. “Al buta me al feug”, “brucia come il fuoco”, in dialetto lombardo. Lo avrete capito: stiamo parlando del Buttafuoco Storico, il possente rosso oltrepadano, ottenuto dalla vinificazione congiunta di Croatina, Barbera, Uva Rara, Ughetta di Canneto o Vespolina. Solamente 22 sono gli ettari di superficie in cui queste uve vengono prodotte, tra due corsi d’acqua – il Versa e lo Scuropasso – come la Mesopotamia tra il Tigri e l’Eufrate, nei comuni di Canneto Pavese, Montescano, Castana, Broni, Stradella, Cigognola e Pietra de’ Giorgi. “Lo sperone di Stradella” è il nome che identifica quello scrigno da cui origina un vino che non ha eguali. E lo sperone è l’insieme di caratteristiche geologiche diverse e antiche: colline stratificate di terreni sabbiosi, argille e arenarie, in cui le radici delle viti possono spingersi fino a 10 metri di profondità per trovare l’acqua anche nelle stagioni più calde. Così, dalla terra il Buttafuoco Storico prende quell’impronta inconfondibile fatta di alcolicità, acidità, tannino e corpo. Trent’anni fa una svolta. Siamo nel 1996 – per la precisione il 7 febbraio – e un gruppo di viticoltori dell’Oltrepò pavese sceglie di dare forma collettiva a un vino nobile e antico, definendone regole, limiti e identità. Nasce il Club del Buttafuoco Storico che proprio il 7 febbraio scorso, nella bella location della Casa del Buttafuoco nella frazione Vigalone di Canneto Pavese, ha celebrato il compleanno alla presenza dei 18 produttori associati, delle autorità e di tanti amici, tra cui il vice presidente del Senato Gianmarco Centinaio, i deputati Paola Chiesa e Alessandro Cattaneo, l’assessore regionale Elena Lucchini, i consiglieri regionali Andrea Sala e Claudio Mangiarotti, il consigliere provinciale Amedeo Quaroni, i sette sindaci dei Comuni coinvolti (Gianpiero Bellinzona per Stradella, Antonio Riviezzi per Broni, Francesca Panizzari per Canneto Pavese, Enrica Brega per Montescano, Maria Pia Bardoneschi per Castana, Gianluca Orioli per Cigognola e Gianmaria Testori per Pietra de’ Giorgi) che hanno fatto da notai quando i produttori soci hanno rinnovato il “Patto del Fuoco”.

«Quello che trent’anni fa – ha detto l’attuale presidente del Club, Massimo Piovani – poteva sembrare un azzardo da parte di un gruppo di sognatori, soprattutto in un Oltrepò pavese allora più orientato ai volumi e alla viticoltura intensiva, oggi appare l’unica strada possibile per tutelare il patrimonio viticolo e portare nel futuro il mestiere del vignaiolo. La visione lungimirante dei fondatori dimostra il valore di un progetto serio, nato con un obiettivo semplice ma non più negoziabile: conservare il vigneto, custodire la storicità delle vigne e difendere, anno dopo anno, la qualità delle uve». «Trent’anni fa la scelta di puntare sul Buttafuoco non era così scontata – ha dichiaro il sindaco di Canneto, Francesca Panizzari, a nome dei colleghi – ma siete stati in grado di portare avanti questo progetto ambizioso, in controtendenza con le scelte di allora del territorio. Il percorso non è stato facile, ma con la vostra tenacia siete giunti a questo bellissimo traguardo». Il 7 febbraio 1996 erano in 11 a tagliare il nastro del Club del Buttafuoco, ora si è giunti agli attuali 18 produttori che lavorano 20 vigne storiche. Il numero di bottiglie è cresciuto progressivamente da una piccolissima produzione di nicchia fino a raggiungere le 70.000 unità annue, con un potenziale che supera le 200.000, tutte con impresso il logo, composto da un ovale, rievocazione della botte tipica dell’Oltrepò, sostenuto dalla scritta “Buttafuoco” e dal quale si dipartono due nastri rossi rappresentativi dei due torrenti, il Versa e lo Scuropasso. All’interno la sagoma di un veliero sospinto da vele infuocate a ricordare la leggenda che diede origine al nome: nella seconda metà del 1800 la Marina Imperiale austro-ungarica varò una nave dal nome “Buttafuoco”.

«I concetti che ci hanno mosso trent’anni fa – ha aggiunto commosso il primo presidente del Club, Valter Calvi – sono ancora indispensabili oggi: il territorio, le vigne, ognuna con un proprio nome e una identità, la storia del Buttafuoco e le quattro uve, che crescono nello stesso vigneto e vengono raccolte lo stesso giorno e fermentano nella stessa botte. Il mondo vuole queste unicità e, quando le scopre, vuole andarle a vedere. Per questo dobbiamo lavorare per portare tante persone qui da noi, migliorando il decoro dell’ambiente e l’accoglienza delle nostre cantine». Uno dei luoghi da vedere e da “assaporare”, oltre a ogni singola cantina, è senza dubbio la nuova Casa del Buttafuoco a Canneto Pavese, un investimento che ha sfiorato i 500.000 euro e che, a due anni dall’inaugurazione, registra un fatturato di circa 200.000 euro in crescita e rappresenta un presidio fisico e simbolico per il vino e per l’area di produzione.

Il Buttafuoco è ormai un prodotto cult, un’icona, espressione della cultura del far bene, dell’amore per un territorio, emblema e punta di diamante per la cantina che lo produce, simbolo di una visione condivisa della qualità e di una filiera che oggi vale 1 milione e mezzo di euro. Dicevamo delle regole ferree che presiedono alla produzione: l’impiego esclusivo di uve provenienti da vigne che storicamente hanno negli anni generato Buttafuoco di altissima qualità, posizionate all’interno della “zona storica” e iscritte all’albo vigneti di Regione Lombardia con il loro nome tradizionale; pratiche colturali che devono mirare alla ricerca della massima qualità̀ e al rispetto dell’ambiente – basse produzioni, inerbimento, concimazioni organiche – conservando il ciclo vitale delle piante; l’uvaggio, esclusivamente costituito da uve autoctone dell’Oltrepò: Croatina, Barbera, Uva Rara, Ughetta di Canneto; la “commissione di campagna” che controlla costantemente le vigne e decide la data della vendemmia; la vinificazione delle uve obbligatoriamente in maniera congiunta in un unico vaso vinario; la permanenza in botti di rovere per almeno 12 mesi e l’affinamento nella bottiglia storica; il bollino che riporta il numero progressivo e il numero dei fuochi, il punteggio dell’annata, deciso da una commissione esterna, secondo la scheda dell’Union International des Oenologues. Non può che uscirne un vino unico: nel Buttafuoco Storico al naso si apprezzano sentori di fiori freschi, come il glicine, la viola, l’iris; di frutta rossa, prime fra tutte la marasca, la mora e la prugna; di spezie: cannella, chiodo di garofano, pepe, ginepro, canfora. Al palato è caldo, con un marker alcolico generalmente pronunciato, mitigato dall’acidità e in equilibrio con i tannini solitamente ben gestiti. Dopo la permanenza nel bicchiere emergono piacevoli sentori di cioccolato, vaniglia e amaretto, e in bocca è lunga la persistenza. Una vera e propria alchimia dei sensi.

Infine un vino di pace. Perché celebra una battaglia mai combattuta. La leggenda infatti narra che il nome sia il ricordo di una battaglia persa da una compagnia di marinai imperiali, alle prese con operazioni di traghettamento sul fiume Po nei pressi di Stradella e poi trasferiti sulle colline pavesi per la guerra contro i franco-piemontesi. Ma i marinai si nascosero in una cantina dove un vino del luogo, chiamato “Buttafuoco”, ebbe la meglio sul fuoco della battaglia. Come biasimarli? Fecero strage, sì, ma di botti e bottiglie!

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