Trump: il mondo è perplesso

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Di Ennio Chiodi

«Only by my own morality». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, intervistato dal New York Times, è esplicito e risoluto: le leggi e il diritto internazionale con- tano fino a un certo punto. L’unico limite che si pone è quello che deriva dalla sua “propria, personale moralità”. Una sorta di teocrazia laica che gli consentirebbe di stabilire in base alla sua sola coscienza quel che è giusto e quel che giusto non è. Farebbe dubitare della sua “moralità” la dura repressione di diritti civili e umani e la difesa di brutalità come l’uccisione a sangue freddo di una militante, bianca e americana, da parte di una milizia anti immigrazione nel corso di una manifestazione a Min- neapolis. «Dio mi ha salvato e vuole che io ren- da l’America di nuovo grande» – aveva proclamato Donald poco dopo l’attentato subito alla vigilia della sua seconda elezione. E lui ci sta provando a rendere l’America “great again” con metodi e decisioni, che devono dimostrare ancora coerenza ed efficacia. Il mondo – di questi tempi – è perplesso e confuso. Vengono messi in discussione capisaldi che hanno consentito un certo equilibrio, almeno in Europa, dopo gli orrori delle guerre mondiali. La guerra fredda, l’equilibrio del terrore atomico, la politica delle rispettive aree di influenza teneva buona parte del pianeta bloccato, ma in qualche modo sicuro, o “rassicurato”: le mosse delle superpotenze erano previste o prevedibili. «Amo tanto la Germania che preferisco averne due piuttosto che una» – sosteneva Giulio Andreotti, politico di gran rango e più volte capo del governo, poco prima che il crollo del muro di Berlino aprisse una nuova pagina per l’Europa e per il mondo: preferiva, insomma, la strada vecchia alla nuova. Oggi Trump sembra non disdegnare un ritorno a quel mondo, a quell’ordine internazionale: la politica delle sfere di influenza e dei “capoarea”. Il patto di Varsavia non esiste più; la Nato appare agli occhi del presidente un limite agli interessi globali degli Stati Uniti piuttosto che uno strumento di difesa e di libertà; la Cina cresce insieme a Paesi che un tempo si chiamavano “non allineati” con i blocchi occidentale e sovietico e usa la potenza economica come strumento di conquista, dall’Africa al Sud Ame- rica. Rientra in questa logica il push ordinato da Trump in Venezuela che pure ha liberato quel Paese da una violenta dittatura e salvato numerosi prigionieri politici dalle carceri del regime. Mosca e Pechino hanno solo fatto finta di indignarsi pensando di avere a loro volta mano libera rispettivamente in Ucraina e nell’Europa ex sovietica e a Taiwan e dintorni. È soltanto l’inizio. Nel mirino di Trump ci sono Cuba e Groenlandia, una parte d’Europa.

enniochiodi [at] gmail.com

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