Si fa presto a dire “benefattore”
Da Crans Montana ad Achille Lauro, passando per Giuseppe d’Arimatea: il bene verso il prossimo ha bisogno di sincerità e trasparenza affinché possa fruttificare
Di Luigi Maruzzi
Se una giovane ragazza incontrasse oggi per la prima volta un tizio che tutti chiamano “benefattore” avvertirebbe subito l’inafferrabilità del concetto che un tempo riempiva di significato una parola tanto antica e rispettata. E forse rinuncerebbe a immaginare come una definizione così classicamente nobile possa incarnarsi in un soggetto reale, con un nome vero, un indirizzo di casa e un mestiere. Se toccasse a me l’ingrato compito di dare risposte convincenti agli scettici del nostro tempo direi che benefattore fu Giuseppe d’Arimatea quando cedette la propria tomba a Gesù Cristo, l’uomo deposto dal patibolo al quale gli aguzzini non avevano osato spezzare le gambe. Il dono meno sfruttato della Storia, giacché destinato a rimanere vuoto dopo appena tre giorni nella prospettiva dell’imminente resurrezione. Molte altre figure storiche si potrebbero chiamare in causa per offrire qualche esempio di uomo o di donna capace di diffondere un senso di fiducia nel prossimo attraverso semplici gesti di generosità. Al punto tale da permettere all’intuizione di germogliare un nucleo centrale di idea pressoché anacronistica: benefattore, beneficenza, filantropia, disponibilità a uno sguardo più universale, sono ancora pronunciabili senza quell’insopportabile fardello di retorica che tutti conosciamo. Quando però si apprende che a ridare la libertà a un uomo pesantemente coinvolto in una strage di adolescenti è stata una persona che anonimamente ha voluto indossare i panni del “benefattore” (anche Il Popolo ha dato spazio alla notizia), ci si sente sballottare da una parte all’altra della nostra recinzione morale, con il rischio di sovrapporre la stessa sagoma a malfattore e “benefattore”. Le uniche parole che avrei voluto incontrare nella narrazione della disgrazia di Crans Montana sarebbero “estintore” e “soccorritore”. E se fosse vero che l’anonimo garan- te di Jacques Moretti (quello che ha sborsato 200 mila euro “per amicizia”) era veramente mosso da buona fede e ottime intenzioni, forse avrebbe fatto meglio a indirizzare la propria sensibilità alle vittime del rogo con qualche visita in ospedale, facendosi vivo con i famigliari dei ragazzi gravemente ustionati per apprenderne i bisogni, o deponendo un fiore sulle tombe delle vittime scomparse. Niente male se quella somma fosse finita tra le risorse del Niguarda di Milano che, tra l’altro, ha provveduto a curare anche diversi cittadini svizzeri grazie alla supremazia ed eccellenza scientifica delle proprie strutture. Per essere onesti fino in fondo, bisognerebbe riconoscere che si tratta di una scelta molto difficile da giudicare, per la presenza di sfumature che non ammettono una lettura così incontrovertibile della vicenda. Fare del bene a una persona accusata di un reato (e forse colpevole) è un gesto che fa la differenza, che non può e non deve scandalizzarci. A questo proposito trovo ancora molto attuale quanto scrive Arnoldo Mosca Mondadori in un suo libro del 2021 (Cristo ovunque) in cui afferma che Cristo è presente “persino nella persona che commette il crimine peggiore”. In realtà, il tema toccato in questo articolo (tra veri e falsi benefattori) porta inevitabilmente la riflessione a concentrarsi sul perché ancora oggi nascono enti filantropici nel contesto italiano del XXI secolo. In questo senso, non posso sottovalutare la notizia sull’istituzione di una fondazione per volere di Achille Lauro, guidata da Lorella Marcantoni e supportata da un comitato tecnico-scientifico di livello. Senza entrare nel merito delle finalità specificamente perseguite dalla nuova creatura che – in sintesi – punta a intervenire sulle fragilità giovanili offrendo opportunità di cura ascolto e rinascita a ragazze e ragazzi difficili da intercettare con i canali tradizionali, vorrei sottolineare la presenza di molte suggestioni positive e generatrici di conte- nuto, a partire dalla sua denominazione che richiama altri potenti concetti come lievito terra e lingua. Insomma, possiamo affermare che “Fondazione Madre” ha ricevuto il suo battesimo di bellezza. Io, però, non scomoderei il termine “benefattore” perché il cantante romano non si è limitato a fare una cospicua donazione in favore di un organi- smo che lascerà camminare sulle sue gambe, ma ha intrapreso una strada ben più faticosa: i due progetti che sta attivamente seguendo oggi (la Casa Ragazzi Madre con sede a Zagarolo e l’iniziativa “Ali tra le corsie”), domani potrebbe assumere una dimensione plurale. È così che hanno iniziato anche altre fondazioni che hanno saputo inserirsi con buona reputazione nel campo degli operatori filantropici. Sotto altri auspici, invece, ha fatto i primi passi la fondazione intitolata alla memoria del piccolo Domenico Caliendo, il bambino napoletano al quale è stato impiantato un cuore ormai inservibile con conseguente azzeramento delle aspettative di guarigione e sopravvivenza. In questo caso si è messa in moto perfino la macchina dello sciacallaggio social per drenare donazioni da persone che (forse ingenuamente) hanno risposto all’appello di disonesti travestiti da benefattori.
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