Se una notte d’inverno un viaggiatore

Visualizzazioni: 15

Dal cammino al pellegrinaggio, ascoltando Cercas e alla ricerca di verità

Per chi abita in pianura, quello di guardare il cielo rappresenta un bisogno ineludibile, una specie di farmaco a vita. Non c’è alternativa che possa competere con una tendenza così istintiva. Al massimo, mi può capitare di alzare gli occhi per vedere un gesto eccentrico che in quel momento suscita la mia curiosità. Eppure, non è infrequente che qualcosa intervenga a scompigliare le carte già disposte sul tavolo di una giornata ordinaria. Talvolta, ci pensa un dolorino al piede ad adempiere questa piccola missione; e subito capisco che devo imparare a camminare con disciplina e spirito più placido. Non è solo una questione di scarpe comode, con un plantare anatomico fatto su misura. Si tratta, piuttosto, di rieducare il corpo, ribilanciarlo e guidarlo nelle manovre più rischiose, come quando scendo i gradini. Solitamente associo queste azioni alla sequenza che deve rispettare l’aviatore nell’approcciare la pista in fase di atterraggio. Ma camminare non fa bene solo al corpo, perché a volte mi rimette in relazione con gli altri. La settimana scorsa, per esempio, è successo un’altra volta. Faccio per raggiungere la stazione (rigorosamente a piedi) e osservo alcuni metri più avanti il tipo con il carrellinoprotesi. Lo seguo, lo supero, entro nel bar e prendo un caffè. Sto per andarmene via ma mentre riapro la porta, temporeggio. Sono sicuro che prima o poi arriverà pure lui, e avrà bisogno di qualcuno che gli tenga aperta la porta del bar. In effetti, si presenta puntualmente. Lo prevengo, non c’è neppure bisogno che me lo chieda, entrambi dimentichiamo le convenzioni sociali, silenzio totale. Sul monitor compare l’avviso del treno cancellato. E ora come faccio? Non mi resta che fare quattro passi, proseguire il cammino inaugurato stamattina. D’altra parte, la strada per Milano è semplice e non comporta chissà quali deviazioni da intraprendere. Sono già a Certosa e senza accorgermi dei chilometri percorsi, raggiungo il capoluogo regionale. Attraverso i Navigli fino alla Darsena, non ho una meta precisa, mi faccio instradare dalle traiettorie cittadine più contagiose. Poi intravvedo un numero spropositato di persone in fila. Faccio qualche domanda in giro, così per scrivere un paio di appunti nel mio taccuino di viaggio. C’è una ragazza con un tesserino appeso al collo che mi risponde educatamente, ma con un’altra domanda. Resto imbambolato, smozzico poche parole in modo quasi meccanico, ignorando le conseguenze delle mie dichiarazioni. Di lì a poco si presenta un giovanotto che mi chiede di seguirlo e, come temevo, mi fa accomodare nelle prime file dell’auditorium, quelle riservate alle autorità. In sala c’è pure un gruppo di studenti, protestano per il volume basso, poi improvvisamente si calmano. Parte un fragoroso battito di mani in onore dell’ospite straniero. Ha appena fatto il suo ingresso Javier Cer- cas, lo scrittore ateo e anticlericale che parlerà del libro realizzato al termine del viaggio fatto in Mongolia al seguito di Papa Bergoglio (Il folle di Dio alla fine del mondo). Cercas si autodefinisce «folle senza Dio», affrettandosi a spiegare l’accettazione quasi incondizionata dell’invito papale come qualcosa di intrinsecamente legato all’affetto per la propria madre. Come avrebbe potuto rifiutare l’occasione di incontrare di persona, e perdipiù in una situazione privilegiata, il rappresentante in terra della Chiesa di Cristo? L’unica persona alla quale poter rivolgere la domanda delle domande: «È vero che le donne e gli uomini dopo la morte risorgeranno?». Insomma, lo scrittore spagnolo sa che non giungerà al termine della conferenza senza offrirsi totalmente al suo pubblico. E perciò impiega poco più di un quarto d’ora per mettersi al centro della scena e somministrarsi da solo i vari temi che renderanno indimenticabile la tappa di Milano. A un certo punto, comincio ad avvertire una paura irrazionale (forse, un attacco di agorafobia) e, approfittando dell’ennesimo tributo della platea, corro a guadagnarmi l’uscita. Per non destare sospetto ricorro a qualche mezzuccio, rivolgo i complimenti a tutti quelli che incontro, e a chi reagisce con un’espressione interrogativa dico che devo recuperare mia figlia di seconde nozze al corso di danza. Appena fuori, sento ancora il fascino delle suggestioni proposte da Cercas, è forte il desiderio di camminare ancora. Decido allora di recarmi a Barcellona per ammirare l’Agnus Dei, la scultura incastonata nella croce sulla guglia più alta della Sagrada Familia. L’opera è stata realizzata dall’artista italiano Andrea Mastrovito, lo stesso che è intervenuto sui muri della cripta del santuario della Madonna della Guardia a Tortona. Chissà quanti giorni passerei qui col naso all’insù. Ma ormai è Pasqua e la pianura italiana mi aspetta. Durante il ritorno avverto qualcosa di soprannaturale che lievemente m’inquieta per la sua insistenza. È il miraggio del Duomo di Pavia, dove finalmente i miei martoriati piedi potranno riposare sul nuovo pavimento realizzato in seminato alla genovese. Già mi vedo avanzare in direzione dell’altare. Perfino le ginocchia si piegano docilmente senza prescrizione liturgica.

luigiginomaruzzi [at] gmail.com

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *