Se aumenta la spesa militare
Di Cesare Raviolo
L’aumento della spesa militare deciso dalla Nato e condiviso dall’Unione europea solleva non pochi interrogativi, almeno per l’Italia, in relazione alla sostenibilità economico-finanziaria del progetto, al “moltiplicatore” del reddito dovuto a tale spesa e alle conseguenze per le altre componenti della spesa pubblica. Relativamente al primo punto, va detto che, in Italia, la spesa per difesa e sicurezza, considerato un aumento del Pil dello 0,7% all’anno, salirebbe a 118 miliardi di euro nel 2035 con un aumento di 9,5 miliardi all’anno. Un aumento di tale portata appare incompatibile con i vincoli di bilancio previsti dal patto di stabilità, che impongono una riduzione annua dell’1% del rapporto debito/Pil. Anche applicando integralmente la clausola di salvaguardia, il deficit italiano rimarrebbe oltre il 3%, col rischio di una riduzione strutturale dei servizi pubblici essenziali o di un contestuale aumento della pressione fiscale o di una (poco probabile) revisione della governance economica europea. In merito al secondo punto, la spesa per la difesa presenta un moltiplicatore modesto, in quanto non alimenta la domanda interna e, quindi, produce effetti ridotti sul Pil, al quale, peraltro, oggi contribuisce con un modesto 0,5%, ma favorirebbe la domanda estera. Il 65% della produzione mondiale di materiale bellico è made in USA: l’incremento di spesa militare finirebbe per tradursi in un aumento delle importazioni, con effetti negativi per crescita e occupazione. Infine, una spesa pubblica di simili proporzioni per il riarmo rischia di influire negativamente sulla spesa per sanità, istruzione, welfare, che in Italia è già inferiore alla media europea. Infatti, per la sanità è pari al 12% della spesa pubblica totale contro il 15% registrato mediamente in Europa e quella per l’istruzione è del 7% (9,3% in Europa); solo per la protezione sociale è pari al dato europeo (39%). La posta in gioco, dunque, è alta. Per evitare che l’aumento della spesa militare diventi un boomerang per i singoli Paesi (I- talia per prima), occorrerebbe che l’UE si dotasse al più presto di un bilancio autonomo, di una politica industriale comune e di un progetto strategico condiviso. La casa comune va costruita a partire dalle fondamenta. Non è stato così in passato, ma se “errare è umano, perseverare è diabolico”. Vale anche per questa decisione UE: già nel nome “ReArm”, con due guerre mondiali appena entrate nei libri di storia, evoca scenari già visti di distruzione e morte qui in Europa e allontana, invece di avvicinare, la soluzione dei conflitti in corso nel resto del mondo.
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