Nuvole nere sulla economia italiana
Di Cesare Raviolo
Il caro petrolio (110 dollari al barile di Brent alla chiusura di venerdì scorso) rischia di causare più di un problema all’economia italiana, già abbastanza asfittica. La crescita del Pil, stimata tra lo 0,6 e lo 0,8% nel 2026, potrebbe risultare addirittura inferiore, se le tensioni internazionali seguite all’attacco di Israele e Usa all’Iran dovessero protrarsi. L’impraticabilità dello Stretto di Hormuz per l’Occidente e il ridotto passaggio delle petroliere da Suez per lungo tempo, la rapida ripresa dell’inflazione, l’aumento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali potrebbero causare un ritorno alla stagflazione (aumento dei prezzi e ristagno dell’attività economica) come nel 1973 (austerity). Questa situazione, considerata finora solo possibile, oggi appare sempre più probabile, soprattutto se i focolai di guerra (Medio Oriente, Ucraina) dovessero durare an- cora a lungo o si aggiungessero nuove tensioni (Cuba, Venezuela, Taiwan). Lo scenario per l’economia italiana diventerebbe decisamente negativo. La crescita del costo del debito pubblico, la preoccupazione di imprese e famiglie per l’inflazione, il basso livello dei salari e la ridotta possibilità di manovra della politica fiscale e di bilancio per il preventivo 2027 influirebbero negativamente sul livello di consumi e investimenti. D’altra parte, anche le esportazioni, in flessione a gennaio (-4,6% in valore e 5,8% in volume) su base annua, non sarebbero in grado di dare sostegno alla doman- da aggregata (consumi + investimenti + spesa pubblica, – tassazione + esportazioni – importazioni) e, in ultima analisi, al Pil. Gli spazi della manovra economica per il prossimo anno sarebbero ridotti, anzi inesistenti: imposte e tasse non potrebbero subire riduzioni; contributi alle imprese e sussidi alle famiglie dovrebbero essere rivisti al ribasso o tagliati, perché le risorse disponibili dovranno essere indirizzate al contenimento dei costi energetici e al finanziamento del debito pubblico, con il rischio di un possibile aumento, più o meno palese, del prelievo fiscale. Dunque, per fugare almeno alcune delle molte nuvole nere, urge programmare scelte e avviare azioni di politica economica e industriale efficienti ed efficaci. Queste ricadute sull’economia, ambito ben distante da ogni irenismo, dimostrano che la guerra non paga mai; se sul breve periodo può sembrare che arricchisca qualcuno – i produttori di armamenti – sul medio periodo, consuma inutilmente risorse, distrugge beni, danneggia tutti. L’Italia ripudia la guerra (art.11 Cost)!
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