L’Italia del presidente in tram
Di Ennio Chiodi
C’era l’Italia per bene su quel tram – la storica vettura del 1928, linea 26 – che attraversa Milano per accompagnare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a San Siro per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. L’Italia delle famiglie, magari variopinte e multiculturali, che affrontano la sfida quotidiana della vita con coraggio. L’Italia sublime degli orchestrali che salgono, con i loro strumenti, in piazza della Scala. L’Italia ambiziosa e determinata degli atleti che conquistano traguardi importanti come la partecipazione alle Olimpiadi, o di straordinari campioni come quel Valentino Rossi che il tram lo conduce. Il video è uno spot per un’Italia possibile. Un’Italia che potrebbe essere più serena e solidale e quindi più ricca e felice, incoraggiata dal sorriso di un Presidente che sa di essere costante punto di riferimento e che si china a raccogliere la mascotte di peluche caduta alle due bambine di origine asiatica, sorprese e riconoscenti. Un Paese – di questi tempi – spesso confuso, disorientato, che il Presidente conosce come nessun altro, avendone attraversato, nel bene e nel male, drammi, anche personali, tragedie e dolori, riscosse e speranze, umiliazioni e cadute, ma anche grandi risultati in campi come la scienza, l’industria, la ricerca, l’arte, la cultura, lo sport, appunto. Nell’Italia vetrina della fiera delle ambiguità, dove troppo spesso la presunzione domina sulla competenza e il confronto delle idee si perde nel pollaio ideologico, il Presidente svolge la sua istituzionale ma ferma “moral suasion” evitando deragliamenti e riportando nei confini istituzionali, o anche solo del buon senso, proposte e intendimenti a rischio, come ha fatto anche in occasione del varo dei decreti che introducono nuo- ve norme in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il Presidente c’è e gli Italiani lo sanno. Nelle intense giornate milanesi, alle prese con le cerimonie ufficiali e gli incontri con i Capi di Stato di tutto il mondo, ha voluto trovare il tempo per confortare, da buon padre, i ragazzi sopravvissuti all’inferno di Crans Montana e ricoverati all’ospedale Niguarda. «Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita» – ha detto ai genitori che sanno di avere vicino, con lui, la parte migliore di questo Paese. Ha salutato e abbracciato, a Monza, uno per uno, i ragazzi autistici che costruiscono il progetto di PizzAut, impegnati nel lavoro a dimostrare che “si può”. Agli atleti e alle atlete incontrati a Casa Italia non ha augurato successi e vittorie – ben vengano, certamente – ma “buona attività”, racchiudendo in un termine impegno, crescita, determinazione e lealtà. È risalito, dopo la cerimonia, simbolicamente su quel tram, su quell’Italia che ce la può fare. Speriamo non sia troppo solo.
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