Economia di guerra e gravi perdite

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Di Cesare Raviolo

L’attacco di Usa e Israele all’Iran ha causato, nell’arco di pochi giorni, tensione sui prezzi delle materie prime, dei noli marittimi e sulle quotazioni di borsa. Le materie prime, specie energetiche, hanno registrato un preoccupante aumento dei prezzi. Petrolio e gas, infatti, rientrano in tutti o in quasi tutti i processi produttivi e un loro significativo aumento può portare all’incremento dell’inflazione nei principali Paesi industrializzati. Il gas, ad esempio, ha subito, nel giro di una settimana, il raddoppio delle quotazioni, mentre il prezzo di un barile di greggio è salito oltre i 90 dollari. Tra le materie prime ha avuto un’impennata, fino al 50%, anche il prezzo dell’elio, indispensabile all’industria dei chip; la decisione del Qatar (2° produttore mondiale dopo gli Usa) di sospendere la produzione di questo gas, in seguito agli attacchi iraniani, rischia di mettere in fibrillazione il mercato. In allarme anche il sistema dei noli marittimi. L’accresciuta pericolosità della navigazione, specie nello Stretto di Hormuz, sta spingendo gli armatori a rivedere le tariffe dei trasporti via mare sui quali potrebbe, a breve, ricadere l’incremento dei premi assicurativi. Nella scorsa ottava, le principali borse mondiali hanno perso 2.000 miliardi di euro; solo quelle statunitensi sono state in grado di contenere le perdite. Pesanti, invece, le ripercussioni sulle borse europee, che hanno azzerato i guadagni da inizio anno; nel giro di 8 giorni, la borsa peggiore in Europa è stata Madrid (-7%), seguita da Francoforte (-6,9%), Parigi (-6,8%), Milano (-6,5%) e Londra (-5,7%). Il rischio energetico e la vicinanza al conflitto hanno finito per schiacciare l’indice azionario Stoxx Europe 600, che ha perso il 5,5%. Tra le altre borse mondiali, soltanto Tel Aviv, il cui listino è zeppo di imprese che producono materiale bellico, e Oslo, sostenuta dalla presenza di numerose società energetiche locali, sono risultate positive, rispettivamente, del 6,1% e dell’1,2%. Non a caso, la Norvegia è uno dei pochi grandi Paesi produttori di petrolio estraneo allo scacchiere mediorientale, ancora al centro dell’ennesimo conflitto. A questo punto l’unica speranza è che si allenti la tensione e la guerra guerreggiata finisca al più presto. Così il panorama economico mondiale potrebbe rasserenarsi; in caso contrario, oltre all’incalcolabile prezzo delle morti innocenti, dovremo prepararci a subire le conseguenze negative di fattori di origine geopolitica sull’economia reale, anche quella domestica.

raviolocesare [at] gmail.com

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