Donare, donare sempre, tra fiducia… e vigilanza
Lo scandalo dell’Associazione palestinesi in Italia desta gravi preoccupazioni perché rischia di delegittimare la raccolta fondi degli enti nonprofit
I fatti che sono alla base di questo articolo fanno riferimento a quanto recentemente scoperto da Polizia e Guardia di Finanza, che ha portato all’arresto del presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia (Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad), amministratore di associazioni che si sospetta appositamente costituite per alimentare il finanziamento di attività terroristiche. Non è la prima volta che la spontanea generosità della gente venga strumentalizzata a fini che nulla condividono con lo scopo di compiere opere di bene. In particolare, per la popolazione palestinese che ha pagato un altissimo prezzo in termini di feriti e vittime, si sono mobilitate numerosissime persone del vecchio continente; basti ricordare come dimostrazione più eclatante l’impresa realizzata dalla “Flotilla per Gaza”. Ma anche chi non ha potuto o non se l’è sentita di arrivare a tanto, non ha fatto mancare il proprio sostegno, ad esempio con donazioni in denaro, sperando di contribuire fattivamente al tentativo di risollevare le tragiche sorti di un pezzo di umanità innocente (e a volte odiata) che ha mostrato al mondo intero la propria esposizione a ogni tipo di vulnerabilità (alimentari, igieniche, sanitarie, psicologiche, logistiche, ecc.). Non ci stancheremo di affermare che ogni accadimento che mina la fiducia dei donatori crea un danno difficilmente riparabile, che in brevissimo tempo si ripercuote sulle attività di raccolta fondi, incluse quelle poste in atto da organizzazioni responsabili e corrette che si adoperano per portare sul campo gli aiuti di cui necessitano le persone che vivono in condizioni di bisogno, anche a costo della vita dei propri volontari e cooperanti. Stiamo parlando di un discredito che impatta sulla reputazione degli enti interessati, ossia il bene più prezioso di cui si possa disporre per sensibilizzare la gente in merito a progetti di intervento umanitario urgente e progetti sociali attesi da anni. Purtroppo, le conseguenze di azioni che distruggono la fiducia non si fermano a livello degli operatori (gli enti nonprofit), anche perché – come saggiamente riproposto du- rante il periodo pandemico – “nessuno si salva da solo”. Si tratta di un concetto che non si limita a invocare la forza salvifica della solidarietà, ma chiama in causa gli stessi soggetti impegnati nel campo della filantropia (fondazioni bancarie, di Comunità, di Famiglia, gemmate da realtà impren- ditoriali, ecc.) che notoriamente si preoccupano di realizzare le potenzialità insite in ogni centesimo liberamente donato. Non ci sono grandi ragionamenti da fare in proposito. Né tantomeno miracolosi algoritmi da allestire. Nessun progetto sociale può essere concepito strutturato e realizzato se mancano risorse provenienti dagli stessi operatori (enti nonprofit operanti secondo varie forme giuridiche e organizzative: ETS, ONG, Imprese sociali, semplici associazioni). Se un ente nonprofit chiede un finanziamento a fondo perduto a un qualsiasi soggetto filantropico, sa in anticipo che la messa a disposizione di risorse in favore del progetto candidato (raccolte ad hoc oppure accantonate grazie a risultati gestionali positivi) assume un significato ben preciso, in quanto esprime (in termini monetari) l’investimento che l’ente nonprofit proponente ha deciso di apportare al progetto candidato. Per cercare di comprendere meglio la realtà, bisogna evitare di trascurare la viralità con cui si propaga il danno di reputazione. L’ipotesi che tutto finisca per risolversi in una specie di selezione naturale delle organizzazioni (alcune delle quali saranno premiate e altre no) a parità di finanziamenti globali, non convince affatto. Anche perché il donatore non si ferma a considerare l’impoverimento subìto a livello monetario. Quello che avverte in termini più fraudolenti (e che maggiormente lo ferisce) è il fatto di sentirsi impotente di fronte al fallimento di un atto di generosità. Altro che dispiacere per il raggiro vissuto come un’offesa alla propria persona! Sono ferite che non rimarginano così facilmente; perfino l’eventuale recupero di una quota importante dei fondi sottratti alla causa originaria, non riuscirebbe a cancellare l’amarezza per l’ennesimo episodio che, pur riguardando un’entità isolata, finisce per diffondere un giudizio negativo su tutti gli enti che raccolgono donazioni per progetti sociali, fino a insinuare il sospetto che tra mondo nonprofit e attività illegali sussista una stretta relazione. Certe notizie rischiano di alimentare errate convinzioni sul mondo degli organismi caritatevoli e spesso portano a un inasprimento degli adempimenti posti a carico di tutti gli enti nonprofit. Credo, in ogni caso, che non si debba perdere la capacità di osservare lucidamente la dinamica che fa interagire nobili finalità, mezzi adeguati e comportamenti concreti delle persone. La fiducia conquistata dagli enti che per anni si sono impegnati nel migliorare la propria organizzazione, conformandola alle migliori prassi disponibili, va salvaguardata. Ecco perché continuo a pensare che la sigla della ripartizione creata all’interno della Guardia di Finanza (Gruppo Investigativo sul Finanziamento al Terrori- smo) sia frutto di una coincidenza del tutto casuale, sebbene il suo acronimo (GIFT) nella lingua inglese corrisponda esattamente alla parola “dono”.
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