Bossi e il “suo” Nord

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Di Ennio Chiodi

Probabilmente non ci credeva neppure lui, ma, con massicce dosi di propaganda e populismo, ci ha provato, Umberto Bossi, a riavvolgere il nastro della storia, per disfare quello che Garibaldi aveva costruito. La secessione del Nord, della “Padania”, dal Sud assistito e da “Roma ladrona” è un «sogno rimasto lì», come ha detto uno dei tantissimi militanti della prima ora, giunti a Pontida per l’ultimo saluto al “Senatur”: non è stato sufficiente sostituire le camicie rosse con quelle verdi e percorrere il Paese da Est a Ovest, dal Monviso al delta del Po, con ampolle, retorici richiami alla rivolta del popolo del Nord, improbabili miti celtici, tra Sole delle Alpi e Leone di San Marco. Dietro una ridicola spettacolarizzazione del messaggio politico, c’era tuttavia ben altro: la convinzione che quel Nord “produttivo”, cui la Lega degli esordi si rivolgeva, stava profondamente cambiando. La trasformazione era sotto gli occhi di tutti, ma buona parte della classe politica italiana non se ne accorgeva o non voleva accorgersene. Da sinistra, in particolare, ci si rivolgeva a strati sociali che avevano già subito una trasformazione genetica con la classe operaia che mutava in “partita Iva”. Bossi, che era meno rozzo e spontaneo di quanto voleva apparire, parlava ai nuovi settentrionali pur senza riuscire, nonostante le lunghe stagioni di potere, a risolvere le grandi questioni che li affliggevano e li affliggono: tassazione eccessiva; burocrazia asfissiante; demagogia ideologica, che vede in qualsiasi tentativo di impresa, solo tentazioni di sfruttamento e indebito arricchimento; un ceto medio sempre più ampio e sempre meno rappresentato. Tramontata l’utopia della secessione e del federalismo fiscale, l’autonomia, più o meno differenziata, sarebbe stata un buon veicolo per uscirne, ma anche quella è ancora ai blocchi di partenza. Le Regioni del Nord non erano e non sono tutte uguali. Milano, città metropolitana ed europea, ha poco a che fare con i capannoni che limitano l’A4 e le pedemontane. Il “Senatur” è stato raggiunto più vol- te da accuse di razzismo, legate al separatismo, e non si può dire che non se le sia cercate, ma il suo antifascismo conclamato era sincero. Me ne sono reso conto personalmente in qualche chiacchierata davanti a una bottiglia di vino, in una trattoria di Milano nei pressi della Rai, in piena notte dopo la registrazione delle tribune elettorali. Oggi la Lega di Salvini rinuncia al territorio ed esalta gli aspetti razzisti diretti non più ai “meridionali”, ma agli immigrati e alle minoranze. Una Lega “nazionale” e un leader che si battono per il “Ponte di Messina”, del resto, non possono che perdere consenso tra il popolo di Pontida, cui sta più a cuore “Ponte di Legno”.

enniochiodi [at] gmail.com

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