Per ora vince il carbone
Di Cesare Raviolo
Le difficoltà energetiche, sorte in conseguenza dell’attacco all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti, hanno spin- to il Governo italiano a procrastinare i provvedimenti necessari ad avviare la cosiddetta “transizione energetica”, cioè sostituire i combustibili fossili con energie alternative. È di questi giorni la notizia che la Commissione Attività Produttive della Camera ha approvato un emendamento al decreto Energia per spostare al 31 dicembre 2038 il termine entro il quale avviare il phase out dal carbone, la graduale eliminazione del fossile per la produzione di elettricità. La crisi energetica è stata la giustificazione del rinvio del termine (fissato inizialmente per il 2025), al fine di garantire sicurezza e adeguatezza al sistema elettrico nazionale. Tuttavia, questi obiettivi non sembrano perseguibili con le centrali in attività; le quattro ancora attive di Brindisi in Puglia, di Civitavecchia nel Lazio e di Fiumesanto e Portovesme in Sardegna, coprono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale. Lo scorso anno, secondo dati Terna, hanno prodotto circa 2 terawatt/ora a fronte di una domanda di 311. La decisione di chiudere le centrali a carbone, strutture costose, antiquate e inquinanti, era stata presa nel 2017 ed era stata rispettata solo per le tre centrali di Fusina in Veneto, La Spezia in Liguria e Monfalcone in Friuli-Venezia Giulia. Il carbone è stato dismesso quasi ovunque in Europa; tra i Paesi occidentali solo gli Stati Uniti di Trump hanno deciso di mantenere attivo questo tipo di centrale, che comporta un onere di 5,9 miliardi di dollari all’anno per i contribuenti americani. Rinviare l’abbandono dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica sembra essere una costante della politica energetica italiana. Anche nel 2022, per far fronte allo shock dovuto all’invasione russa in Ucraina, la risposta si concentrò sul fossile, con l’autorizzazione, data in tutta fretta, alla costru- zione di due rigassificatori a Ravenna e Piombino per scollegarsi dai metanodotti di Putin. Ancora oggi il metano viene usato per produrre la metà dell’energia elettrica necessaria al Paese, mentre le rinnovabili sono ferme al palo. Il rinvio della chiusura delle centrali a carbone rappresenta un passo indietro che non garantisce nemmeno l’autonomia per l’approvvigionamento della materia prima, in quanto il carbone è importato per il 90%, soprattutto dagli Usa. La fragilità energetica dell’Italia è un problema strutturale: le scelte emergenziali tamponano, non risolvono.
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