La storia siete voi…
Si sono concluse le Olimpiadi Invernali. L’Italia scivola sul ghiaccio e vola sulla neve: ecco il romanzo delle medaglie di Milano-Cortina 2026, in attesa dei Giochi Paralimpici che si disputeranno dal 6 al 15 marzo
DI MATTEO SISTI
Alle ore 20 del 6 febbraio un lampo di luce ha attraversato lo stadio di San Siro, trasformandolo in un palcoscenico sospeso tra realtà e sogno. Così è iniziata la cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026: non una semplice inaugurazione ma la prima cerimonia diffusa della storia, orchestrata contemporaneamente in quattro luoghi – Milano, Cortina, Livigno e Predazzo.
Dopo lo spettacolo firmato da Marco Balich e la parata degli atleti, è arrivato il momento destinato a restare impresso nella memoria collettiva: due bracieri, uno a Milano e uno a Cortina, si sono accesi nello stesso istante. A dare vita al fuoco olimpico sono stati Alberto Tomba, Deborah Compagnoni e Sofia Goggia, protagonisti di un gesto simbolico che ha unito la modernità della metropoli alle montagne delle Dolomiti, rendendo omaggio all’ingegno e all’armonia di Leonardo da Vinci. Già il giorno successivo le gare hanno colorato di azzurro l’Olimpiade italiana con emozioni crescenti. Tra Milano, Cortina e Bormio gli Azzurri hanno trasformato ogni pista, ogni ovale, ogni curva nei passi di un romanzo sportivo che sembra scritto da un intero Paese. Il nuovo capitolo d’oro dell’Italia è cominciato sulle piste dello Speed Skating Stadium di Rho, dove Francesca Lollobrigida ha dominato come una regina prima i 3000 metri, poi i 5000: due ori che hanno scaldato l’Italia, mostrando una campionessa matura, elegante, potente. E non era che l’antipasto. Sul ghiaccio dello short track la staffetta mista guidata da Arianna Fontana ha conquistato un oro costruito su esperienza e istinto. L’arena vibrava a ogni cambio pattino, mentre Fontana, con questa medaglia e i due argenti successivi nei 500 metri e nella staffetta femminile, raggiungeva un record storico: 14 medaglie olimpiche, superando Edoardo Mangiarotti. Si delineava così un ideale passaggio del testimone che sembra correre lungo la Statale 36, dalla Bianzone di Bibbia alla Berbenno di Arianna, fino alla Renate del leggendario schermidore.
Dal ghiaccio allo slittino, l’Italia ha vissuto una doppia consacrazione: Andrea Voetter-Marion Oberhofer nel doppio femminile e Emanuel Rieder-Simon Kainzwaldner in quello maschile hanno scolpito con precisione millimetrica due ori indimenticabili. Subito dopo, l’inseguimento a squadre del pattinaggio di velocità ha regalato un’altra pagina epica: Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti hanno superato prima l’Olanda poi gli Stati Uniti con una prova di autorità che resterà una delle immagini-simbolo dei Giochi. Nello sci alpino l’Italia ha trovato la sua eroina più luminosa: Federica Brignone. Oro nel SuperG e nello Slalom Gigante, dopo 315 giorni di dolore, riabilitazione e paure seguite al terribile infortunio in Val di Fassa. Quel viaggio, fatto di buio e rinascita, l’ha portata a Cortina per firmare una delle imprese più leggendarie della nostra storia sportiva. Gli occhi azzurri di Federica sulle Tofane, le Frecce Tricolori nel cielo, l’inno di Mameli: una domenica che definire “bestiale” è persino riduttivo. E mentre Cortina festeggiava la sua regina, ad Anterselva, a meno di un’ora di distanza dall’oro di Federica, Lisa Vittozzi stava preparando il suo capolavoro nell’inseguimento femminile, facendo del biathlon una poesia di precisione e controllo. In questa edizione olimpica entrambe hanno saputo trasformare la sofferenza in carburante agonistico: sono cadute, si sono rialzate e sono diventate protagoniste di un percorso di riscatto.
Il 21 febbraio, a Livigno, la neve cadeva come pagine di un libro bianco che aspettava righe di nuovo inchiostro. In quel silenzio irreale, Simone Deromedis e Federico Tomasoni hanno firmato una doppietta memorabile nello skicross: oro e argento, una favola sportiva come un brivido collettivo. Dietro gli ori, gli argenti hanno raccontato altre storie di lotta e coraggio. Giovanni Franzoni, nella discesa libera, ha sfidato i giganti fermandosi solo dietro a un fenomeno come Von Almann. Nel biathlon, la staffetta mista ha trovato un equilibrio perfetto, nonostante le difficoltà di Tommaso Giacomel, giovane talento carico di aspettative. E poi ci sono i bronzi, spesso le medaglie più adrenaliniche: dalla grinta di Dominik Paris e Sofia Goggia, alla solidità di Dominik Fischnaller, fino al bronzo storico di Flora Tabanelli, appena 18 anni, che nel freestyle Big Air ha regalato all’Italia il primo podio di sempre nella disciplina, nonostante un grave infortunio pochi mesi prima. Infine, la volata magistrale di Andrea Giovannini nella mass start di pattinaggio ha portato un bronzo dal valore quasi d’oro, simbolo perfetto di un’Italia che non molla mai.
Mentre il medagliere cambiava volto giorno dopo giorno, l’Italia restava protagonista assoluta dietro un’inarrivabile Norvegia. Il risultato finale è storico: superato il numero massimo di ori e medaglie (ottenuto nell’edizione di Lillehammer del ’94), miglior piazzamento nel medagliere (eguagliando il risultato di Grenoble ’68 e Lillehammer ’94), medaglie in 10 delle 16 discipline olimpiche. E ora che il sipario si è chiuso, resta la scia dei pattini sul ghiaccio, la traccia degli sci nella neve, le lacrime degli atleti e gli abbracci del pubblico. Resta soprattutto un patrimonio di impianti, emozioni e simboli. Un capitale sportivo e umano che sarà il punto di partenza per la nuova generazione dei Giacomel, Brignone, Vittozzi, Lollobrigida. E oggi, più che mai, resta una certezza: dobbiamo essere fieri di essere italiani.

