La memoria restituita

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Di Silvia Malaspina

Caro il mio Pasquale Campo, il tuo nome è salito alla ribalta negli ultimi giorni, grazie a un evento riferito a un gesto sì lontano nel tempo, ma che ha conservato intatta tutta la propria forza. Infatti, dopo ben 82 anni, a un pensionato di Anagni, Vincenzo Ippoliti, è stata recapitata una cartolina spedita dal padre Giuseppe, durante la prigionia trascorsa in un campo di concentramento tedesco nei mesi successivi all’8 settembre 1943. Abbiamo così appreso che tu, caro Pasquale, sei l’instancabile coordinatore del progetto La posta torna a casa, promosso nell’ambito della Banca Dati Internati Militari Italiani, relativa a quei circa 650.000 soldati che, dopo l’armistizio, vennero catturati dalle forze tedesche e deportati nei lager del Terzo Reich, poiché rifiu- tarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di continuare a combattere al fianco della Germania nazista. La loro fu una scelta di resistenza silenziosa, pagata con la prigionia, la fame, i lavori forzati e, per molti, la morte. In quei giorni tragici l’unico appiglio di speranza fu proprio scrivere qualche riga alla famiglia, aggrappandosi al desiderio di riabbrac- ciare i propri cari. Purtroppo molte delle lettere e cartoline furono censurate dai nazisti e oggi quelle che tu, caro Pasquale, riesci a recuperare, sono diventate l’unica traccia tangibile di quelle esistenze semplici, segnate dalla crudeltà della guerra. Infatti ciò che tu persegui, non è costituire una memoria cimiteriale, ma trasformare un documento storico in una cura verso le famiglie degli ex internati: rintracciarne i discendenti e recapitare loro fisicamente la corrispondenza inviata dai lager, significa restituire una tessera del puzzle di storia famigliare, che molti nemmeno avevano coscienza mancasse. Inoltre hai focalizzato l’attenzione su una categoria di vittime fino a oggi trascurata rispetto ad altre narrazioni del conflitto. Questo riveste un’importanza e un significato ancora più profondi: i testimoni diretti della Seconda Guerra Mondiale sono ormai scomparsi, restano solo coloro che nacquero in quegli anni, ma che erano troppo piccoli per conservare ricordi nitidi. Preservare la memoria della drammaticità e della crudeltà di una guerra è un atto coraggioso al quale dovremmo guardare come a un lapideo memento. In Occidente, anche grazie al sacrificio di questi soldati, stiamo godendo di una pace che perdura da 81 anni, ma, visti gli insidiosi venti di odio che stanno soffiando, pare che la memoria collettiva sia di breve raggio.

silviamalaspina [at] libero.it

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