«Dio risorge senza aspettare la fine delle guerre»

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La Pasqua a Gerusalemme vissuta all’insegna delle limitazioni per motivi di sicurezza a causa del conflitto in corso

DI DANIELA CATALANO

Le celebrazioni del Triduo pasquale a Gerusalemme, nel cuore della cristianità, sono state vissute all’insegna delle limitazioni per motivi di sicurezza a causa del conflitto in corso. Il periodo difficile e delicato, però, non ha tolto ai cristiani locali la forza della fede in Cristo Risorto e la speranza nella pace. Chi abita in Terra Santa e cammina sulle stesse strade percorse da Gesù, non ha smesso di sperare nella pace vera che nasce dal cuore e nell’amore a Dio e al prossimo. Dopo le incomprensioni della Domenica delle Palme, il premier Benjamin Netanyahu ha lanciato un messaggio distensivo, augurando «una Pasqua serena e gioiosa» alla comunità cristiana e permettendo al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, di celebrare i riti del Giovedì Santo, del Sabato Santo e di Pasqua nella basilica del Santo Sepolcro a porte chiuse, alla presenza del custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di un gruppo di frati francescani residenti all’interno del complesso e di alcuni preti. Il Venerdì Santo, invece, nella Città Vecchia di Gerusalemme, il cammino della croce è stato percorso lungo la Via Dolorosa, seguito da dieci Francescani, guidati dal custode di Terra Santa, padre Ielpo. Le meditazioni sono state affidate a padre Francesco Patton, ex custode di Terra Santa, le stesse citate dal Papa a Roma al Colosseo. I vicoli della Città Vecchia, solitamente affollati durante la festa più importante per i cristiani, in questi giorni erano deserti e controllati dai posti di blocco. Solo a un piccolo gruppo di fedeli è stato concesso di avvicinarsi al Santo Sepolcro. La Veglia Pasquale è stata celebrata in un’ora insolita, alle 7 di mattina, ed è stata trasmessa in diretta video sui canali social del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa grazie agli operatori del Christian Media Center. Pizzaballa nell’omelia ha sottolineato come in una Gerusalemme, nella quale il silenzio, quasi assoluto, è rotto dal rumore lontano di ciò che la guerra continua a seminare, «la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio». «Noi siamo qui – ha aggiunto il patriarca – in un sepolcro che è stato aperto una volta per sempre. Non perché noi abbiamo saputo rimuovere la pietra con le nostre forze ma perché Qualcuno l’ha rotolata via prima di noi, senza aspettare che fossimo all’altezza, senza chiederci se avessimo fede sufficiente. La pietra è stata rimossa quando ancora era buio, quando ancora nessuno credeva possibile. E questo è il primo annuncio pasquale, qui e ora: Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita. Comincia nel buio. Comincia nel silenzio. Comincia nel sepolcro ancora chiuso». Sul finire dell’omelia il patriarca ha rimarcato: «Se qui, oggi, c’è una “pietra” che davvero possiamo portare via, è quella che ci pesa dentro: la pietra della rassegnazione, del rancore, della sfiducia. Il Vangelo non ci chiede di compiere imprese straordinarie, ma di custodire la vita, anche nelle piccole cose. Non per negare la croce, ma per trasfigurarla, rendendola parte del cammino di salvezza che ci unisce alla vita di Dio. E questa è la consegna pasquale fatta dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare – per quanto possiamo – “pietre vive”, segni di riconciliazione, artigiani di speranza, testimoni di una vita che la morte non riesce più a chiudere». La mattina di Pasqua, qualche ora prima della Messa del Papa a Roma, il patriarca si è di nuovo recato nella basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa e ha annunciato con forza che «il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede». «A Pasqua, Dio si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere. – ha aggiunto – La fede non è mai immobile. È una corsa dietro a un’assenza che diventa promessa». «La Risurrezione non è magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito». Pasqua, ha spiegato ancora il patriarca, significa «cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe – anche interiori – e imparare a vivere da risorti». Richiamando il contesto della Terra Santa ha affermato: «Sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio e dalla violenza. Da qui la domanda: “Dove lo avete posto?”. Ogni volta che si pensa che la morte abbia l’ultima parola, sembra che abbiamo rimesso il Signore in un sepolcro». Il Risorto ci precede «nel coraggio di ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima ancora che le mani» e anche se attorno «si levano ancora voci di morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che nulla è definitivo». Anche padre Ielpo nel suo messaggio per la Pasqua ha ribadito che «in questa terra, dove ancora oggi sperimentiamo il peso della guerra, della violenza, della paura e dell’incertezza, la risurrezione di Cristo non è una parola lontana, ma un fatto concreto che ci chiede di cambiare sguardo: di non lasciarci determinare dal giudizio del mondo, ma di imparare a leggere la storia con gli occhi di Dio».

(Foto: Ansa/EPA)

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