Il centro deve diventare “luogo dell’esperienza”

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La crisi del commercio in città. Aumentano i negozi chiusi

NOVI LIGURE – In questo inizio del 2026, passeggiando lungo via Girardengo o via Roma, l’occhio cade inevitabilmente su quelle serrande abbassate che, come cicatrici, segnano il declino di un centro storico un tempo pulsante. È la spia di un malessere che travalica i confini comunali, diventando il simbolo di una crisi d’identità che colpisce molte città medie del Nord Italia. Quando un negozio storico chiude, non scompare solo un’attività commerciale: si spegne un presidio di sicurezza, si dissolve un luogo di incontro e si impoverisce il tessuto sociale di una comunità. La crisi del commercio locale non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di una “tempesta perfetta” dove fattori econo- mici, mutamenti sociali e fragilità strutturali si intrecciano inestricabilmente. Il primo e più pesante macigno sulla fiducia dei consumatori resta l’incertezza legata all’ex Ilva. Senza garanzie occupazionali, nonostante i tentativi di cessione a fondi privati, la contrazione dei consumi è stata una conseguenza naturale e dolorosa. A questa sofferenza si aggiunge da un lato l’ascesa inarrestabile dell’e-commerce, dall’altro la vicinanza strategica con poli commer- ciali come il Bennet e l’Outlet di Serravalle Scrivia. Tuttavia, attribuire ogni colpa alla concorrenza esterna sarebbe una lettura parziale della realtà. Esistono ferite interne che reclamano attenzione. Una di queste è la “desertificazione” causata da canoni di locazione spesso fuori mercato. Negli scorsi anni, Novi ha affrontato le difficoltà nell’accesso ai fondi regionali per i Duc (Distretti Urbani del Commercio), arrivando talvolta in fondo alle graduatorie, il che ha limitato la capacità di investimento in arredo urbano e marketing territoriale. Vi è poi il tema delicato del ricambio generazionale. La chiusura di istituzioni storiche come il Vivaio Provini (nella foto), Baby Stile, la Salumeria ZG, il negozio dei Fratelli Lorenzi e, più recentemente, il ristorante cinese Feng e l’edicola di piazza XX settembre, non è sempre figlia di bilanci in rosso, ma spesso dell’assenza di qualcuno pronto a raccogliere il testimone di una vita dedi- cata al banco. La sfida per il futuro non si vince da soli: serve un “patto di comunità” che coinvolga amministrazione, proprietari e commercianti. Novi può diventare un laboratorio di rigenerazione urbana se saprà trasformare il suo centro da “corridoio di passaggio” a “luogo dell’esperienza”. Le strategie possibili passano attraverso una revisione coraggiosa della fiscalità locale, con sconti su Tari e Imu o l’introduzione di misure che scoraggino lo sfitto prolungato, incentivando la riapertura dei locali. Occorre una programmazione culturale e gastronomica che renda il centro vivo tutto l’anno, integrando la tradizione della bottega con gli strumenti digitali. Solo così Novi potrà smettere di essere un corridoio di passaggio per tornare a essere il cuore pulsante del territorio. Puntare sull’artigianato d’eccellenza, sulle pro- duzioni enogastronomiche locali e sulla digitalizzazione delle piccole botteghe attraverso il modello del “Click & Collect”, significa dare una nuova missione al negozio di vicinato. È soprattutto sull’identità che Novi che si deve giocare la sua partita. La sopravvivenza del commercio novese dipenderà dalla capacità di fare “rete”. La scommessa del 2026 è ricostruire un “salotto” urbano dove la bellezza architettonica di via Roma torni a essere cornice di un’economia a misura d’uomo. Il commercio di domani dovrà trasformare l’acquisto in un atto sociale. Solo attraverso un impegno corale la serranda che si alza ogni mattina potrà tornare a essere un segno di speranza e di viva partecipazione civile a Novi.

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