La Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

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Presente alla Messa una delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli

 

ROMA – Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, sabato 29 giugno, alle ore 9.20, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha benedetto i Palli, presi dalla Confessione dell’Apostolo Pietro e destinati agli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno.

Il Pallio verrà poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal rappresentante pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana. Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa ha presieduto la celebrazione eucaristica con i Cardinali, con gli Arcivescovi Metropoliti e con i Vescovi Sacerdoti. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli patroni della città di Roma, era presente alla santa messa una delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata da Sua Beatitudine Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Job, Arcivescovo di Telmessos, Rappresentante del Patriarcato ecumenico presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese e Copresidente della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Il Santo Padre nell’omelia ha messo in risalto alcune riflessioni. Gli Apostoli Pietro e Paolo stanno davanti a noi come testimoni. Non si sono mai stancati di annunciare, di vivere in missione, in cammino, dalla terra di Gesù fino a Roma. Qui lo hanno testimoniato sino alla fine, dando la vita come martiri. Se andiamo alle radici della loro testimonianza, li scopriamo testimoni di vita, testimoni di perdono e testimoni di Gesù. Testimoni di vita.

Eppure le loro vite non sono state pulite e lineari. Entrambi erano di indole molto religiosa: Pietro discepolo della prima ora (cfr Gv 1,41), Paolo persino “accanito nel sostenere le tradizioni dei padri” (Gal 1,14). Ma fecero sbagli enormi: Pietro arrivò a rinnegare il Signore, Paolo a perseguitare la Chiesa di Dio. Tutti e due furono messi a nudo dalle domande di Gesù: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?” (Gv 21,15); “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4). Pietro rimase addolorato dalle domande di Gesù, Paolo accecato dalle sue parole.

Gesù li chiamò per nome e cambiò la loro vita. E dopo tutte queste avventure si fidò di loro, di due peccatori pentiti. Potremmo chiederci: perché il Signore non ci ha dato due testimoni integerrimi, dalla fedina pulita, dalla vita immacolata?

Perché Pietro, quando c’era Giovanni? Perché Paolo e non Barnaba? C’è un grande insegnamento in questo: il punto di partenza della vita cristiana non è l’essere degni; con quelli che si credevano bravi il Signore ha potuto fare ben poco.

Quando ci riteniamo migliori degli altri è l’inizio della fine. Il Signore non compie prodigi con chi si crede giusto, ma con chi sa di essere bisognoso. Non è attratto dalla nostra bravura, non è per questo che ci ama. Egli ci ama così come siamo e cerca gente che non basta a se stessa, ma è disposta ad aprirgli il cuore.

 

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