I primi 50 anni di Avvenire raccontati nel libro di Antonio Giorgi

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Il 4 dicembre 1968, nel pieno di una delle stagioni più tormentate di un Paese che sta cambiando, compare in edicola il primo numero di un nuovo giornale. 
Si chiama Avvenire, lo ha fortemente voluto Paolo VI, un pontefice che viene da una famiglia di giornalisti. Papa Montini – che nell’onerosa impresa metterà anche del suo – vuole farne il quotidiano nazionale dei cattolici italiani. Avvenire muove i primi passi senza incertezze pur nella consapevolezza delle difficoltà
del cammino.
L’esigenza di far quadrare i conti – o meglio, di contenere il disavanzo entro limiti sopportabili – è pressante; l’attenzione che viene dal mondo cattolico nel suo complesso sembra alquanto tiepida, e tale sarà anche negli anni successivi.
Il neonato quotidiano, spesso dato per spacciato e indicato prossimo alla chiusura, supera però tutte le traversie grazie alla caparbia dedizione di chi vi opera e all’impegno di chi lo sostiene. Coloro che ne avevano pronosticato una durata effimera – numerosi anche tra i cattolici, va detto – devono rivedere il proprio punto di vista. Avvenire arriva oggi al traguardo dei 50 anni con la fierezza di essere da mezzo secolo un giornale libero, una voce che sapendo esprimersi senza reticenze servili o timidezze ossequiose è diventata autorevole nel caotico panorama dell’informazione italiana.
Il libro di Antonio Giorgi racconta di quello che è stato Avvenire nei decenni in cui vi ha lavorato. Sono affreschi di quotidianità, episodi, ricordi, aneddoti, curiosità.
Le testimonianze personali diventano altrettanti tasselli che possono risultare utili, per la loro parte, alla ricostruzione in forma organica della storia di un giornale che doveva morire subito e invece è giunto gagliardo a quota 50, pronto ad affrontare nuove sfide nel segno della coerenza ai suoi principi ispiratori.

Riportiamo per intero la prefazione.

Non ho una conoscenza diretta della redazione di Avvenire perché non l’ho mai frequentata. Però conosco Antonio Giorgi. Come scrive, soprattutto, dato che negli ultimi anni ha firmato, di tanto in tanto, l’editoriale di prima pagina del giornale per cui lavoro io: Il Popolo, settimanale della diocesi di Tortona. L’ha fatto per passione (e un po’ per amicizia), ma sempre con la professionalità e l’inconfondibile stile del giornalista di razza. C’è anche una terza qualità che possiede e che è merce rara nel nostro mondo e cioè l’umiltà. Quanto basta perché quelli della mia generazione (e anche i più giovani, naturalmente) possano imparare qualcosa dai suoi racconti. Gli sono grato, dunque, perché dopo anni di onorato servizio ha finalmente deciso di condividere con noi aneddoti, memorie, “fotografie” raccolte sul campo cioè sulla scrivania (non sempre la stessa, immagino) che ha occupato dal 1972 al 2004 nella “grande famiglia” del quotidiano dei vescovi italiani. O dovrei forse dire dei cattolici italiani? Ciò che ne esce è una descrizione autentica del clima che si respirava in redazione; della fatica che si faceva per chiudere, ogni notte, il numero; della precisione che si usava quando ancora le colonne del giornale si componevano a mano, con il piombo; dell’attenzione scrupolosa a scegliere una parola, una virgola. Ma per chi? Per cosa? E, oggi, dove sono finiti la cura e lo zelo? La risposta si rintraccia in ogni paragrafo che leggerete. Quel darsi un gran daffare, arrabbiarsi, discutere, correre sul luogo all’ultimo istante pur di non bucare una notizia; quel picchiare con vigore sui tasti delle macchine per scrivere, cercare un titolo giusto, un attacco che funzioni; quelle telefonate per un’intervista da rubare ad un personaggio, le riunioni, le lotte sindacali, il rapporto gomito a gomito con i colleghi… ecco, tutto si viveva perché era indispensabile. Perché se decidi di essere un giornalista non potrai mai più fare altro. Perché te lo senti addosso, sulla pelle, ogni mattina l’odore dell’inchiostro e della rotativa. E, in fondo, perché credi – nonostante le disillusioni e le sconfitte che ogni tanto s’incontrano lungo la strada – che lo stai facendo come forma alta di rispetto e di carità nei confronti del lettore. Nient’altro t’importa. Solo nel momento in cui la “tua” notizia, che per primo hai scovato, arriva alla sua conoscenza, sei felice. Il giorno dopo si ricomincia. E avanti così, davvero, anche quando i capelli diventano bianchi. C’è un sentimento di profondo attaccamento verso il proprio foglio nelle parole di Giorgi. Lui che, in qualche modo, l’ha visto nascere. Lui che, a cinquant’anni da quel 4 dicembre 1968, non ha voluto unirsi ai peana e alle celebrazioni ufficiali, perché è fatto così, perché non ha mai amato i riflettori, non si è mai fatto irretire dalle ammalianti sirene. Sarà per questo, vero Antonio, che non hai mai abbandonato la squadra? Che sei stato sempre fedele al “tuo” Avvenire? Io credo di sì. Cambiavano le epoche, i direttori, i colleghi, le sedi, la grafica… ma tu no, non te ne sei mai andato. Hai declinato, con signorilità, gli inviti allettanti, le proposte vantaggiose e hai continuato, con impegno, a fare semplicemente il tuo dovere. Adesso che ci apri la porta della bottega, noi garzoni con la sete di apprendere, dovremmo imparare il tuo lato schivo, il tuo silenzio, la tua serietà. Hai ragione: non serve essere scrittori, né prime donne, né “megafoni” di questo o quel potente, questo o quel partito: per essere credibili e galantuomini basta essere buoni giornalisti. Invece (lo aggiungo io) quante volte oggi andiamo in edicola e compriamo mezze verità!
Leggendo le pagine che seguono ho sentito la tua voce libera: pane al pane e vino al vino (possibilmente dell’Oltrepò pavese e della cantina dei fratelli Agnes da cui proveniva Pier Giovanni, direttore de Il Popolo prima dell’attuale Pier Giorgio Pruzzi). Ricordi che ti sono venuti in ordine sparso, che hai trattenuto a lungo nella testa e talvolta nel cuore. Bozzetti di un universo che, da qualche indizio, lentamente sembra scomparire… Sottotraccia c’è ironia e sagacia. Ma, mentre seguiamo le vicende interne ad un quotidiano, in realtà stiamo seguendo le vicende del Paese, i fatti che hanno segnato un’epoca, che hanno cambiato il corso della storia. Mutavano i costumi, le mode e mutava il giornale sotto i nostri occhi. In più di un passaggio mi è sembrato di aver vissuto accanto a te un episodio, un accadimento, come se ci fossi stato anch’io. Probabilmente perché anch’io sto avendo a che fare con certi problemi della carta stampata e anche il mio settimanale è “atipico”. Se nei tuoi racconti avessi sostituito alla parola “cardinali” o alla parola “vescovi” la parola “preti”, avrei avuto l’impressione che tu stessi parlando della testata tortonese. Dopotutto, caro Antonio, se mi permetti, siamo nella stessa barca. Ci rivolgiamo ai medesimi lettori (i tuoi tanti, i miei un po’meno). Crediamo, insieme, che fare buona informazione sia un servizio – non minore di altri – alla gente e alla Chiesa. Il mare sul quale navighiamo (tu dici di avere smesso, ma non è così…) a volte è calmo, a volte è in burrasca. Ma da oggi, quando dovrò affrontare la tempesta, mi ricorderò di questo libro. Saprò che tu ci sei già passato in mezzo. E farò tesoro dei piccoli grandi insegnamenti che ho tratto dalla tua ferialità vissuta nel giornale. Non solo io, ma anche coloro che non svolgono il nostro mestiere, leggeranno con interesse. Infine, non so ancora se ciò che hai scritto (voce per voce, lemma per lemma) sia un viaggio a ritroso o una sortita nel futuro. Secondo me serve per guardare meglio ciò che sarà e non soltanto ciò che è stato. Anzi, mi piace pensarla così. Il quotidiano che hai contribuito a fare crescere non si chiama, forse, Avvenire?
Matteo Colombo

Chi è Antonio Giorgi

Formatosi al settimanale “Giornale di Voghera” e al quotidiano “La Provincia Pavese”, Antonio Giorgi è stato dal 1972 al 2004 giornalista in Avvenire, testata alla quale ha assicurato apporti professionali anche in epoca successiva.
Nel corso degli anni ha collaborato tra l’altro con la Radio Vaticana, con Radio InBlu, conTv2000, nonché con i quotidiani “Giornale del popolo” di Lugano e “Nice matin” di Nizza. Editorialista del nostro settimanale, è stato il primo direttore della rivista bimestrale di arte, cultura e paesaggio “Oltre”.

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